Difficile definire come “di transizione” un episodio di una serie che di per sé di punti di riferimento ne ha dati sempre pochi. Potremmo dire che On Your Knees, dodicesimo e penultimo episodio della seconda stagione di Preacher, prepara il terreno per il gran finale della prossima settimana. Ma sarebbe vero? Probabilmente no, dato che la serie in onda su AMC, a volte più riuscita, a volte meno, da sempre indugia sulla direzione narrativa da prendere. Lo stile è forte e rimane una delle caratteristiche migliori dello show, ma al tempo stesso ci chiediamo cosa abbia costruito in concreto questa seconda stagione che si avvia al finale.

Ad esempio, per più di metà della stagione abbiamo seguito il senso di disperazione e impotenza di Tulip dopo l’aggressione del Santo degli Assassini. Si tratta di un punto di vista interessante su un personaggio che ha fatto della forza una delle sue caratteristiche fondamentali, e che ora si scopre del tutto inerme di fronte ad una minaccia esterna. Quantomeno, la serie ci dice che tutto questo è importante, costruendo un arco narrativo ad hoc, mostrandoci come Tulip corteggia la morte per esorcizzare il proprio dolore, sostituisce apparecchi nell’appartamento e compie altri gesti del genere. La risoluzione dovrebbe arrivare in questo episodio, dove i due personaggi sono ancora una volta a confronto, ma non c’è nulla che ripaghi davvero l’attesa.

Cassidy ha il conflitto con il figlio, una problematica lasciata a galleggiare per molto tempo, che si è sviluppata secondo canali attesi, ma che tarda così tanto a ripagare da diventare ormai un semplice reminder settimanale. C’è il ritorno del Santo degli Assassini, e in questo caso sembra che la scrittura voglia offrire una prospettiva più personale sul personaggio, che non aveva mai parlato così tanto come in questo episodio e che non era mai apparso così vincolato a delle regole, perfino agli ordini che proverranno ora dall’organizzazione di Starr, ora dai burocrati dell’inferno. Funziona? Sì e no. La furia del personaggio è interessante, ma si fa presto a normalizzare tutto in una serie così assurda.

Così come non sarà dirompente come vorrebbe essere il discorso del Pontefice nel quale si parla di una versione “piuttosto somigliante” di Cristo. Jesse osserva tutto questo, più o meno coinvolto, solo per poi risolversi in un’accettazione della responsabilità fornitagli da Genesis. Forse è lui il nuovo Messia. C’è un’immagine finale in cui Starr si inginocchia, riprendendo il titolo dell’episodio, ma in realtà è Jesse a rimanere vittima di se stesso, sempre più lontano dai suoi propositi, sempre più lontano dai suoi amici.

In questo caos narrativo, forse i momenti che ci hanno ripagato di più durante la stagione sono quelli all’inferno. Questa settimana Eugene e Hitler riescono a sbloccare il meccanismo della ripetizione infernale, e a trovare, forse, una via d’uscita. Lo scorso anno il season finale di Preacher aveva ripagato bene le attese, proiettando effettivamente tutto lo show verso nuovi orizzonti e rilanciando la storia. Vedremo se sarà così.