Il “Sonno della ragione” di Goya definirebbe l’assenza-essenza di una mente che, delegando del tutto lo spazio creativo al caos, si abbandona inevitabilmente alle mostruosità che da esso scaturirebbero. Eppure, secondo una traduzione che la lingua spagnola permetterebbe, si potrebbe anche parlare di un “sogno della ragione” che, in quanto tale, genera un’architettura onirica disturbante, grottesca, “mostruosa” senza dubbio, ma riconducibile ad una razionalità di fondo, che è quella della Mente creatrice. Posto ciò, e assumendo l’intera narrazione di Twin Peaks come la diretta conseguenza di questo, la domanda che si staglia su qualunque altra, forse la pietra angolare di quel grande mistero che è la serie di Lynch, è questa: “Who is the dreamer?”.

E sulla questione si impernia l’intera dissoluzione della matassa, a tratti sconfortante, che sarà il dittico conclusivo della serie di David Lynch. Questo perché, come ci viene ricordato, “the past dictates the future”: conoscendo il sognatore, potremo interpretare il sogno. Eppure, ci troviamo di fronte ad un labirinto narrativo che, scrutato dall’alto, offre solo una prospettiva nebulosa allo spettatore, e che pure ci chiede, quasi implorante, di trovare un significato ideale che giustifichi in prospettiva ciò che abbiamo visto. I rapporti di causa ed effetto tra i piani dimensionali si confondono, si sovrappongono, si inseguono, infine si spalancano su un urlo, una domanda, un’ultima frustrazione.

In quest’ottica, sulla quale torneremo, il rapporto inestricabile tra Part 17 e Part 18 giustifica in prospettiva la decisione di accompagnare le due puntate. Il penultimo episodio è la conclusione sufficientemente esaustiva, anche emozionante, che gratifica lo spettatore narrando lo scontro ultimo, la resa dei conti diversa nell’esecuzione, ma più o meno attesa nelle conseguenze. Per certi versi, Twin Peaks termina qui. Ciò che seguirà nell’ultimo episodio è l’epilogo diabolico, il ribaltamento crudele delle aspettative, sistematicamente disattese. La punizione eccessiva per lo spettatore ansioso di spiare oltre i drappeggi rossi, di scoprire il segreto dietro le tende, quelle famose del Mago di Oz tanto caro a Lynch.

Ancora una volta la base operativa di Gordon Cole e degli altri diventa il luogo prediletto per le spiegazioni a cuore aperto, senza giri di parole. La falsa Diane è appena scomparsa, c’è ancora tempo per un divertente scambio tra Gordon e Albert (“you’ve gone too soft in your old days”/“not where it counts, buddy”), e si procede a dissezionare parte della mitologia del Bureau legato ai Blue Rose case. La fantomatica Judy di cui discutevano il Cooper malvagio e Philip Jeffries è Mother, o Experiment, l’entità malvagia che “gorgoglia al centro dell’universo” e che quasi sicuramente ora abita nella mente di Sarah. L’FBI e il dipartimento di Briggs hanno monitorato le attività di questo demone, ma in conclusione tutti coloro che sono entrati in contatto con questo mondo hanno finito per scomparire.

Torna la frase “two birds with one stone”, che era stata pronunciata dal Fireman all’inizio della stagione. Si tratta del primo di molti momenti concilianti di un episodio che unisce dove fino a quel momento la serie aveva diviso. Ogni sottotrama confluisce con metodo e rapidità nel luogo prestabilito, l’ufficio dello sceriffo a Twin Peaks. Il Cooper malvagio raggiunge infine la propria meta, ma, apparentemente, nel momento fatidico viene risucchiato dalle forze della Loggia Bianca, che infine lo pongono sul sentiero che condurrà alla sua distruzione. E per quanto ciò sia accettabile e anche desiderabile per il personaggio, esiste forte questo senso di predeterminazione che cade come un peso su ogni azione e reazione.

Ciò che vedremo di qui in avanti ci racconta di un Fireman che conosce già lo svolgimento dei fatti, e di una Lucy che, come nelle visioni di Andy, nel momento decisivo premerà il grilletto, ultimo personaggio che ci saremmo aspettati, ponendo fine alla vita del Cooper malvagio. In un flusso temporale che non distingue alcuna luce tra le tenebre di un futuro passato, cosa ne è dell’autodeterminazione di queste pedine – tra le quali saremmo tentati di far ricadere lo stesso Cooper – che sembrano partecipare ad un gioco più grande di loro? Ancora una volta, e per sempre, capire chi sia il sognatore potrà aiutarci a dare una risposta.

twin peaks

Di personaggi e autori che “sognano il sogno” ne parleremo trattando l’ultimo episodio, ma qui è la serie stessa a partorire la propria risoluzione ideale, affiancando all’improbabile macrogruppo di protagonisti una figura troppo diversa dalle altre per non risaltare. Il Fireman, alter ego di David Lynch quanto e più dello stesso Gordon Cole, lascia che Dale Cooper abdichi al suo ruolo di eroe, e conferisce a Freddie quel compito. Freddie che, guantone verde da Hulk, prende a cazzotti la sfera in cui è racchiuso BOB fino a disintegrarla in un momento che definire poco elegante sarebbe un eufemismo. Non possiamo ancora saperlo qui, ma si tratta delle prime avvisaglie di quelle aspettative disattese che troveranno pieno sfogo nell’episodio successivo.

David Lynch destruttura la composizione drammaturgica a partire dalle sue figure chiave. Peggio, lascia intendere per queste un certo percorso che tuttavia al momento decisivo viene tradito. Il Cooper malvagio, figura titanica a tratti, si lascia sconfiggere nel più semplice dei modi. Il Cooper buono in fondo non ha quasi alcun impatto nella distruzione del demone. E, a cascata, sembra che tutte le altre storyline seguano la stessa sorte. Nel caso di Audrey e Becky e molti altri la scrittura fa qualcosa di dirompente: ce ne racconta la fine senza avvertirci che si tratta della fine. La danza di Audrey e, a questo punto, l’uccisione di Becky per mano di Steven, sono parentesi narrative che scaturiscono dal nulla e al nulla ritornano.

Rimane l’ultima missione da compiere, il sacrificio estremo. Dale Cooper ritrova la sua Diane, intrappolata effettivamente nel corpo di Naido, e tutti i compagni di viaggio vecchi e nuovi, ma è solo il tempo di un fugace saluto prima dell’apertura dell’ultima porta. Sulla reunion attesa, sull’happy ending troppo perfetto, si staglia in una sovrapposizione perfetta il volto di Cooper, che già proietta la propria coscienza oltre. Cooper, Cole e Diane avanzano timorosi in un corridoio buio, forse rievocando una scena chiave del Mago di Oz. Cooper, l’uomo di metallo che ha ritrovato la propria mente; Cole, l’uomo distaccato che ha ritrovato con Albert e Dale il suo cuore; Diane, la prigioniera terrorizzata che ha riacquistato il suo coraggio. Dov’è Dorothy? Dov’è Laura? Dov’è la sognatrice che ha dato corpo e anima a questi personaggi con il suo sogno?

Dov’è la domanda che ha tormentato per mesi gli spettatori di tutto il mondo? Chi ha ucciso Laura Palmer? Ecco, Lynch prende questa domanda e compie il ribaltamento definitivo, modificandola in “Laura Palmer è viva o è morta?” Dale Cooper viene trasportato da Philip Jeffries al 23 febbraio del 1989, notte dell’omicidio. Il simbolo del male, dell’anello, della grotta del gufo, diventa un otto che potrebbe anche essere una rappresentazione del simbolo dell’infinito o del nastro di Moebius. Qualcosa che viene manipolato, “specchiato”, ribadendone la ciclicità e aprendo una porta verso il passato. Che può essere cambiato a quanto pare. Sprazzi di Fuoco cammina con me ci raccontano gli ultimi momenti di Laura, una mano tesa verso una ragazza sola e triste.

Il cuore più puro della storia esplode in uno dei momenti di maggior impatto della stagione. “Is it future or is it past?”. In fondo non è importante, non esiste differenza. L’immagine della mano di Cooper che salva Laura Palmer dalla morte, puntellata dai primi storici momenti del pilot della serie, viene consegnata alla storia della televisione. Laura riconosce il Dale Cooper che le era apparso in sogno, e accetta di seguirlo fuori dalla selva oscura. Orfeo contemporaneo, disceso all’inferno per riscattare l’anima della propria Euridice, Dale non vedrà mai la luce del giorno insieme a lei. Laura scompare, forse sottratta dalla furia di Sarah-Mother che si abbatte sulla celebre foto, non riuscendo tuttavia a scalfirla.

Julee Cruise canta The World Spins in un luogo che, dopo lo svelamento della scorsa settimana, non può più essere relegato agli spazi della Roadhouse. La mente corre al finale di Lonely Souls, a quel senso di lutto condiviso, inafferrabile, ma percepibile a più livelli dai protagonisti. Ancora una volta tende rosse sul finale di Twin Peaks, e una voce, non importa di chi, che sussurra: “I’m so sorry”.