Tre fanciulle vegliano sul cadavere di una donna. Esse non esistono, sono la proiezione dei sogni di quella donna. Al sorgere dell’alba, scompariranno. In una notte lunga una vita, si raccontano i rispettivi sogni. Tra questi spicca la storia di un marinaio che, naufragato su un’isola deserta, sogna in modo così vivido una patria mai avuta da renderla reale. Alla prima luce del mattino, le fanciulle si dissolveranno, ma forse il marinaio avrà trovato salvezza in un’altra realtà. Non è dato sapere se David Lynch conosca Il Marinaio di Pessoa, ma quel che è certo è che la sua intera vita da regista è permeata da questo rapporto simbiotico tra sogno e realtà, tra fughe dell’immaginazione e deliri della mente. Qualcosa che si ripropone anche nel finale della terza stagione di Twin Peaks.

È inutile ragionare in termini fantascientifici sulle conseguenze di un viaggio nel tempo che salva Laura Palmer solo per vederla svanire in una dimensione alternativa. Non qui, non con una narrazione di questo tipo. Ciò che accade, e sarà l’ultimo happy ending che ci verrà concesso, è che il desiderio di Dale di realizzare un Dougie da far vivere con Janey e Sonny Jim si realizza. Il nuovo Dougie sarà un buono, una persona che conserverà quella memoria di moralità e bontà tipiche dell’originale. Appena il tempo di un sorriso, e veniamo catapultati nella Red Room a vivere le conseguenze del fallimento del tentativo di Cooper.

Viene riproposto il momento saliente in cui MIKE pone a Dale la fatidica domanda: “Is it future or is it past?”. Tornati al punto d’inizio del viaggio di Cooper, e messi a confronto con una serie di momenti già visti, la sfida è quella di reinterpretarli alla luce di tutto ciò che è accaduto. Il “find Laura” di Leland assume un nuovo significato, e così forse le parole sussurrate all’orecchio dell’agente e il feroce rapimento (o risveglio?) di Laura. Manca un segmento prezioso, quello in cui Laura dichiarava nel secondo episodio: “I’m dead, yet I live”. La Laura che è morta e si trova nella Loggia potrà pronunciare simili parole, ma rivivendo quella situazione, Cooper non la rivede più, forse perché viva in un’altra dimensione. Ad ogni modo, uscito dal labirinto rosso, Dale ritrova Diane, unico personaggio che lo accompagnerà e che forse può avere memoria di quanto è accaduto.

Le profezie del Fireman ricevute all’inizio della stagione si stagliano come un promemoria per Cooper, forse la bussola che gli permetterà di non perdere la ragione nel luogo in cui si sta recando. 430 miglia, ma anche i nomi Richard e Linda sui quali torneremo. Su strade notturne troppo familiari, ancora una volta la visione di Lynch racconta quella traslazione nello spazio e forse nel tempo tra dimensioni alternative, luoghi immoti mentre è l’anima a spostarsi. Da questo punto di vista, Twin Peaks trova la propria chiave di lettura – non definitiva, sarebbe impossibile – in tutta la filmografia di David Lynch. Ogni costruzione metafisica o mitologica ricade nella più intima considerazione della costruzione di un “altrove” come ridefinizione del sé.

Eraserhead, Strade Perdute, Mulholland Dr., in ognuna di queste opere Lynch declina un linguaggio mutevole, ma coerente per tematiche e conflitti narrati. Il tema della perdizione, il terrore di non essere all’altezza, che spingono verso una fuga verso mondi ora da sogno ora da incubo. In Twin Peaks, apparentemente, la prospettiva pare rovesciarsi. Una volta varcato il confine, e trascorsa una notte di passione, Dale e Diane svaniscono, perdendosi nell’atto di ritrovarsi. Al mattino, in un motel diverso, il Dale che si sveglia è già Richard, mentre Diane-Linda è scomparsa. Da questo momento in avanti Cooper vive in bilico tra la sua identità passata, che vive grazie al ricordo delle parole del Fireman, e quella attuale, quel Richard che pure è un agente dell’FBI.

La scena alla tavola calda è emblematica di questo cambiamento. Cooper agisce con violenza, quasi rabbia, compiendo azioni e pronunciando parole che mal si adattano al personaggio classico. Qualcosa non va, qualcosa stride. Eppure esiste questa forza che sospinge in avanti il personaggio, perso in una crociata straziante che già a questo punto ha rivelato allo spettatore sofferente la sua volontà di disilludere. Dale rintraccia Laura Palmer, che in questo universo si chiama Carrie Page. I segnali di sconforto sono ovunque, dal nome non casuale della tavola calda, al cadavere nel salotto dell’appartamento, al cavallo bianco che sporgerà – non casuale – su una mensola.

twin peaks

Un ultimo, estenuante viaggio in macchina riporta Cooper e Laura, o Richard e Carrie, di fronte alla casa dei Palmer a Twin Peaks. I minuti scorrono lenti ma inesorabili, abbiamo abbandonato ogni speranza di assistere ad un chiarimento delle storyline rimaste in sospeso, tendiamo la mano all’ultima vicenda rimasta in piedi nel crollo assoluto di tutto il resto. E, prima dell’urlo, arriva lo schiaffo. La signora Tremond, che ha comprato casa dai Chalfont (entrambi nomi che identificavano la signora anziana che viveva sopra il convenience store), non conosce i Palmer. Per la prima volta in tutta la storia di Twin Peaks, Cooper appare sconfitto. Nel momento in cui viene sporcato da Richard, anche il campione del bene può vacillare.

Dale chiede a Laura in che anno si trovano, e in quel momento l’obiettivo della missione si ribalta. Il traguardo non era la casa in sé, ma la capacità di riuscire a portarvi Laura. Il successivo richiamo della madre di Laura, che proviene da un altro tempo e dai ricordi di un’altra vita, spacca in due quella coscienza sulla quale forse Mother si era appoggiata per costruire questo nuovo sogno. In fondo, “Laura is the one”. L’ennesimo urlo straziante della donna si spalanca su una casa da cui va via l’elettricità, che non sentiremo nemmeno nel logo finale, e che lascia spazio ad uno schermo scuro (la mente corre al finale dei Soprano) e alla scena del segreto sussurrato all’orecchio di Cooper.

Questa ricostruzione è valida solo a livello teorico, rimane il sogno di uno spettatore che, al pari di chiunque altro si approcci attivamente o passivamente a Twin Peaks, ne diventa il creatore-sognatore. Ci troviamo di fronte ad un loop di eventi che si appoggia ora a considerazioni metanarrative, ora alla nebulosa mitologia di questo mondo. Definire chi sia a sognare cosa, o in che ordine avvengano i fatti, o cosa rimanga in piedi alla fine di questi 18 episodi, è esercizio non vano, ma destinato a rimanere insoluto. La casa dei Palmer rimarrà sempre vuota, e al di là del proseguimento o meno della vicenda, un’eventuale quarta stagione non offrirebbe risposte chiare.

Qualunque analisi critica o estetica su Twin Peaks è destinata a scontrarsi con l’unicità di un prodotto che, progenitore assoluto della tv di qualità, rimane confinato in una bolla autoriale respingente. Questo finale, destinato a dividere il pubblico per i prossimi 25 anni almeno, ne è l’ennesima prova. In tutt’altro medium era qualcosa che faceva Neon Genesis Evangelion con un doppio finale che tradiva le aspettative titaniche e trascendentali dello spettatore per concentrarsi su un’apocalisse più intima e personale. Perché sì, la reazione più umana ad un episodio del genere è il rifiuto, la rabbia, la frustrazione.

Questa Loggia Bianca nella quale dimora il Fireman-Lynch somiglia ad una torre d’avorio dalla quale dispensare ricompense narrative per il puro gusto del tradimento di queste. David Lynch è la Mente creatrice assoluta, forse il primo livello del sogno dal quale discendono tutti gli altri. È lo showrunner-regista-narratore di se stesso e dei propri incubi, e ha la padronanza totale di tutte le emozioni che provoca. Che questa sia un merito, al di là delle emozioni positive o negative, è indiscutibile. Se Part 17, almeno fino a pochi istanti prima della conclusione, è il finale ideale, Part 18 è l’epilogo alternativo, il corollario ad una stagione intera, forse ad una carriera intera. Ed è un fatto che, nel momento decisivo, Lynch preferisca tradire il pubblico piuttosto che se stesso.

Come Laura Palmer, sospesa in un limbo indefinito tra la vita e la morte, Twin Peaks chiude la sua storia 27 anni dopo averla iniziata. Una storia che è anche la nostra ed è la storia di un mezzo espressivo, quello della tv, che Lynch ha plasmato all’inizio degli anni ’90 e nel quale oggi si è reinserito dimostrando ancora una volta di riuscire a violarne le regole costruendone di proprie, ponendosi un passo avanti rispetto a tutto ciò che lo circonda. Una scommessa vinta, una storia di eterni ritorni, straordinaria e non scontata, al pari di quella interna narrata dallo show.

Ancora una volta, l’ultima, la mente creatrice di Lynch si fonde con quella di un Gigante in una finestra aperta su un punto imprecisato del tempo. Dalla sua mente scaturisce un globo d’oro nel quale emerge il volto di Laura Palmer. Non più come reginetta, o ragazza sperduta, o ago della bilancia nella lotta del bene contro il male, ma come simulacro di una forma del racconto alta e solenne, al quale affidare le speranze verso il futuro, da rilasciare nel mondo affinché faccia germogliare i suoi frutti per le generazioni a venire.

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