C’è un terrore atavico che sorprende lo spettatore italiano quando si approccia a una nuova serie italiana ambiziosa, il terrore di essere tradito, il terrore che sia tutto un bluff e di trovarsi, di nuovo, davanti a una fiction da canali generalisti, davanti a quel pressappochismo, quell’ingenua pretesa che nessuno si accorga di una qualità sotto le scarpe, quella scrittura fatta di luoghi comuni e ripetizioni, dialoghi che non esistono nel mondo reale e distrutta da una recitazione affrettata.

Cattleya, la società che ha portato in televisione Romanzo Criminale e Gomorra, è stata la prima a cambiare il gioco e dimostrare che è possibile sfuggire a quei meccanismi e fare della tv sofisticata. Dopo quelle due serie Suburra deve essere la conferma ma i primi due episodi lo sono solo parzialmente.

Sono gli unici di tutta la serie diretti da Michele Placido e introducono al mondo ciò che il film omonimo già aveva narrato. A Roma diverse forme di potere si incrociano e devono comunicare per gestire la capitale: potere religioso, potere politico e potere criminale. Tutto fa capo a un uomo solo, il samurai.

Tutta la nuova serialità, a partire da quella americana, nasce e prospera nel racconto del potere. Da I Soprano fino a House Of Cards, passando per Il Trono di Spade ma anche Romanzo Criminale e Gomorra, la sete di comandare è il nodo di questi anni in tv. Suburra la eleva, lasciando che interi mondi si scontrino al vertice.

Ad unire tutti è un progetto di nuovo porto ad Ostia. Serve che le famiglie mafiose ostiensi diano il terreno (in cambio di una fetta di futuro traffico di droga), serve che la politica avalli la costruzione, che il Vaticano ci investa e che la mafia zingara non disturbi, tutto sotto l’egida delle famiglie del meridione, i siciliani. È la stessa trama del film omonimo (lì si voleva costruire una Las Vegas sul mare) ma più dettagliata come si conviene ad una serie. C’è anche lo stesso dettaglio di un momento di particolare apertura, che lì era il cambio di Papa e qui sono le dimissioni del sindaco. Il risultato è lo stesso: “Bisogna affrettarsi”.

Suburra

Le sottotrame sono tantissime, la vera novità è questa, tante e intrecciate. Così tante che ad ognuna è dedicato poco tempo, poi si passa alla successiva, con un ritmo che non sempre è proporzionato al ritmo interno di ogni scena ma che è una sfida lanciata agli scrittori Barbara Petronio, Daniele Cesarano, Ezio Abbate, Fabrizio Bettelli e (udite udite) Nicola Guaglianone.

Tuttavia ad interessare di più, almeno in questi primi due episodi, è il punto in cui la serie si distacca dal film, mostrandosi interessata al conflitto generazionale, I figli, i rampolli e i più giovani vogliono una fetta di potere. Cattleya infatti non dimentica mai che nelle serie che ambiscono davvero i mondi costruiti devono essere fantastici anche se realistici, devono essere in costume, devono vivere di luoghi pazzeschi che anche se veri devono sembrare di fantasia, e tutto questo serve per tornare a parlare di dinamiche reali con più forza, per rappresentare i conflitti della società degli spettatori.

Cattleya allora applica in pieno la formula di successo di Gomorra, ne replica l’approccio tecnico sofisticato, quanto a luci (i neon verdi e gialli di notte, la luce chiara dal bianco invadente di giorno), costumi (mai banali, sempre usurati, vivi e capaci di dire qualcosa del personaggio), acconciature (mai due uguali, mai banali, sempre realmente assurde e impensabili) e soprattutto luoghi (l’anima delle serie italiane di qualità). Ma non riesce a fare l’ultimo passo, quello che parrebbe più semplice e invece non lo è: la recitazione.

Suburra

Perché in una serie così non è la trama a condurre il coinvolgimento, non sono gli intrecci e i fatterelli dei singoli criminali, i progetti dei potenti o gli intrecci amorosi, sono semmai le marche dei motorini, le giacche sgualcite, gli insulti pronunciati, i palazzi senza vernice, le discariche che in realtà sono case, è l‘interno di casa Anacleti (un gioiello vero) o i volti dei cardinali di sfondo o ancora come inquadrato il negozio in cui si comprano abiti su misura. La nuova serialità italiana vince quando crea dei mondi a partire dai dettagli, mondi veri e vivi, lontani anche se vicini, esotici anche se nazionali, ma se in questi mondi così nuovi dove possono essere credibili anche storie nuove, si muovono personaggi che parlano e hanno le espressioni delle solite fiction, del vecchio mondo, tutto crolla.

La recitazione dei primi due episodi è sotto lo standard accettabile. Ed è tanto più inspiegabile quanto più i peggiori attori sono i nomi più noti. Contrariamente al solito infatti Suburra è piena di volti più o meno noti, sia nei ruoli protagonisti che nei tanti comprimari. Invece di scegliere un bouquet di attori sconosciuti, si è optato per le facce che conosciamo e il risultato è perdente. Gli sconosciuti (che pure ci sono) sono infatti gli attori migliori, stanno in parte, corrono, hanno il corpo e il volto impeccabili e, come per Gomorra, non sembrano recitare, sembrano essere sempre stati quel personaggio. I più noti sono invece un disastro, hanno le inflessioni delle peggiori fiction, suonano fasulli in quel mondo così ben costruito, affossano ogni credibilità. Con l’eccezione di Alessandro Borghi, che torna nel ruolo di Numero 8 con una capigliatura bionda sparata e occhi spiritati che lo fanno sembrare uscito da Akira di Katsuhiro Otomo, il resto del cast primario è inaccettabile in una serie con questo profilo.

Quello spettro terribile, quella paura che anche i prossimi episodi (non diretti da Placido) ci facciano tornare indietro ai tempi della fotografia smarmellata e degli attori che recitano in buon italiano in ogni situazione, i tempi personaggi che parlano come non farebbe nessuno e delle battute portate di fretta e furia, si riaffaccia dopo pochi minuti e prende allo stomaco.