Il cinema di David Fincher, specchio dei suoi protagonisti, corteggia l’abisso delle perversioni umane. E la figura del serial killer, elemento ricorrente nella sua filmografia, ne è il catalizzatore estremo e metodico, seducente e affascinante secondo quelle forme distorte che solo il male può assumere. Ciò che allora diventa interessante è sviscerare le strutture mentali e comportamentali che si nascondono dietro gli omicidi più brutali, quindi dopo gli effetti risalire alle cause. Mindhunter non ha il piglio da docudrama di Zodiac né la tensione viscerale di Se7en, ma percorre una terza via, più analitica, per raccontare le radici del male. La nuova serie di Netflix è un gioiello e una delle migliori nuove proposte dell’anno.

Punto di partenza della serie creata da John Penhall è il testo Mind Hunter: Inside The FBI’s Elite Serial Crime Unit. Negli anni ’70 due agenti dell’FBI, Holden Ford (Jonathan Groff) e Bill Tench (Holt McCallany) introducono una nuova metodologia all’interno del dipartimento di scienze comportamentali del Bureau. Si tratta di un approccio inedito che prevede di incontrare in carcere i più brutali assassini per poter trarre degli schemi, dei profili, delle categorie che possano aiutare nelle indagini e negli interrogatori. Nonostante lo scetticismo iniziale, il programma prende il via e ad esso si unisce in corsa la psicologa Wendy Carr (Anna Torv). Faticosamente inizia ad emergere una metodologia e, per la prima volta, viene utilizzata una definizione inedita: serial killer.

A dieci anni da quel groviglio multigeneri che era Zodiac, le coordinate temporali dell’opera si pongono ancora una volta come una dichiarazione d’intenti sul mood e le tematiche in primo piano. Holden Ford, nel suo ruolo particolare di criminologo, è il testimone di un crollo degli ideali che investe in modo trasversale l’intera cultura americana a cavallo tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70. Le strutture sociali e politiche e i baluardi storici della tradizione americana sono crollati sotto il peso di rivoluzioni dei costumi, scandali, guerre. In un mondo che, ancora per poco, si sarebbe cullato sull’ideale contrapposizione tra blocchi, le zone grigie si infiltrano in ogni approccio, e quindi anche nell’inquadramento del criminale in quanto figura deviata.

La rivoluzione consiste allora nel prendere coscienza dell’assorbimento del male da parte della società stessa. Charles Manson, un nome evocato più volte nella serie, non è l’estraneo che minaccia la società da fuori, ma è la conseguenza di una distorsione con cui i federali devono ormai confrontarsi. Holden è il giovane disposto a rischiare, a violare le regole, a contare sull’istinto e sulla necessità di credere fermamente nella giustezza delle proprie azioni. Tench, nella tradizione più classica, è l’agente più maturo e moderato, che condivide il metodo – tant’è che ha un ruolo centrale nella squadra – ma spesso riprende il collega per il suo approccio troppo diretto. Wendy rimane un personaggio tutto sommato irrisolto nel corso della stagione, anche perché poco è lo spazio che le viene concesso al di fuori della professione.

Fincheriana quindi non di nome, ma di adozione (sua la regia di quattro episodi su dieci), Mindhunter ne adotta gli elementi visivi e le strutture del linguaggio. La poetica di Fincher si rifà sempre a quella complessità morale che pure era un elemento caratterizzante la New Hollywood degli anni ’70, anch’essa influenzata dalle motivazioni che dicevamo sopra. Nella messa in scena ciò si traduce nell’impronta stilistica che caratterizza tutta la sua produzione, compreso l’apporto dato ad House of Cards, di cui aveva diretto i primi due episodi. Nel crollo assoluto degli ideali, l’irrequietezza dei protagonisti sfocia in un iperrealismo desaturato e oscuro. Dove il racconto si mantiene più neutro e lavora per sottrazione, è la camera – unico elemento portante e sicuro rimasto – a garantire una tensione latente.

Mindhunter in ogni caso non è un thriller compiuto. Non lavora su archi narrativi ben definiti, non suscita tensione secondo forme convenzionali, non ripaga mai secondo schemi ovvi, e quando lo fa percorre comunque strade sorprendenti. Ha un respiro più lento e, come i suoi protagonisti, segue un metodo senza strafare. È un procedurale allora? Nemmeno, anche se parte del fascino stagionale risiede proprio nel capire cosa venga raccontato nel complesso. Come detto non ci sono archi narrativi ben definiti, né il rapporto tra i personaggi passa attraverso gravi conflitti o riconciliazioni. Ci sono alcune indagini che si accavallano, si sovrappongono, si rincorrono e poi si spengono lentamente, ma la tensione del racconto non vibra mai a causa della percezione netta dello scorrere del tempo, come invece avviene nei thriller convenzionali.

Eppure questa serie così frammentata ha una potenza narrativa invidiabile. L’intreccio gioca sulla dialettica tra il terrore del mostro e la necessità di comprenderlo (che era anche il fulcro del Silenzio degli innocenti), e quindi tra il contraltare tra le scene in carcere e quelle al dipartimento. Gli incontri tra Holden e il serial killer Ed Kemper – personaggio reale – sono i momenti migliori della stagione. La lucida follia del gigante, interpretato splendidamente da Cameron Britton, si insinua sottopelle, crescendo di episodio in episodio, un prurito che non riusciremo a toglierci. Ogni incontro vive della tensione assorbita in precedenza e a un certo punto ci troveremo a pregare di vedere esplodere quella tensione pur di riuscire a rilassarci.

Dall’orrore esistenziale di True Detective – prodotto che potrebbe venire in mente – a quello psicologico di Mindhunter, la serie è un trionfo su tutta la linea. O quasi. Esiste un dazio da pagare alle dinamiche più personali dei protagonisti, e la relazione di Holden con Debbie (Hannah Gross) non è esattamente entusiasmante, anche perché in ogni momento non vediamo l’ora di tornare sul campo. In ogni caso piccolezze di fronte ad un prodotto di altissima fattura, autoriale, coerente, intelligente. Una new entry di questo tipo rappresenta per Netflix una fortissima affermazione sul piano qualitativo.

“Hemingway una volta ha scritto: «Il mondo è un bel posto e vale la pena di lottare per esso.» Condivido la seconda parte”