I testi di Philip K. Dick sono lampi paranoici che illuminano mondi possibili. Che sia per un romanzo breve o anche solo per poche pagine, riescono a darci un quadro generale di una società complessa, che ha una sua storia, una sua morale, ma di cui non ci interessa capire tutto. Sono storie piccole, e a maggior ragione lo sono quelle dei suoi racconti, che narrano piccoli struggimenti. Lo scopo non è mai quello di salvare il mondo in pericolo, ma di sopravvivere – quando possibile – riuscendo a venire a patti con un ambiente sempre meno accogliente, sempre meno a misura d’uomo. Tutto questo per introdurre la serie antologica Philip K. Dick’s Electric Dreams, in onda per dieci episodi su Channel 4.

Il primo episodio, intitolato The Hood Maker, traspone in chiave fantascientifica scenari pulp e polizieschi cari all’autore. Ci troviamo in un futuro nel quale l’agglomerato dell’Unione utilizza dei telepati per leggere nella mente di potenziali criminali o sovversivi. In realtà, nel momento in cui il controllo diventa sia l’arma che il deterrente – un po’ come accadeva per i precog di Minority Report – la stessa decisione di sottrarsi al controllo diventa una possibile minaccia. Il Fabbricante di Cappucci del titolo è una figura che ha inventato delle maschere che schermano dai poteri dei telepati. Un agente di nome Ross (Richard Madden) indaga sul fatto aiutato da un telepate di nome Honor (Holliday Grainger).

Lo script di Matthew Graham (Life on Mars) carica pesantemente sul versante poliziesco una storia che, nel racconto originale, manteneva quell’asciuttezza tipica del linguaggio di Dick. Il riferimento inevitabile è Blade Runner. Atmosfera piovosa, cromatismi esagerati, alienazione urbana. The Hood Maker si allinea senza troppi sussulti dal punto di vista visivo ad una tradizione da neo-noir che se non stupisce nemmeno delude. È un cane che si morde la coda dal punto di vista delle tematiche e della messa in scena (parliamo di un racconto di sessant’anni fa), ma è comunque piacevole, come tutto l’episodio del resto.

Come facilmente intuibile, tengono banco i temi della sorveglianza perenne e del condizionamento ambientale. Non esiste margine di volontà, ma difficilmente anche di educazione, in un sistema che tende a schiacciare l’individuo sulle proprie responsabilità. L’assunto di per sé è anche grottesco: una specie di Comma 22 per cui nessuna persona onesta sarebbe contraria a rinunciare alla propria privacy. Minority Report dunque, ma anche l’ottimo anime Psycho-Pass, nel quale la polizia opera calcolando il coefficiente di criminalità insito in ogni individuo.

In questa cornice ideale però la scrittura dell’episodio, diretto da Julian Garrold, si prende molto presto le sue maggiori libertà rispetto al racconto originale. Viene infatti costruito un rapporto umano, con tanto di svolte e impatto sulla trama, tra l’agente e la telepate, che è completamente inedito rispetto al racconto. Si cerca quindi di inserire una componente più umana, più emotiva, più sentimentale. E, poco a poco, il cuore dell’episodio devia rispetto a considerazioni universali per concentrarsi su una visione più intima.

Verrà inquadrato, come a trarre la morale della storia, Les Amants di Magritte, con i due amanti incappucciati che si baciano. È una scelta che sottolinea troppo nettamente un messaggio che per il resto era già emerso. Il timore di essere scoperti, nel senso di “nudi”, non riguarda solo la sfera della legalità, ma investe anche le relazioni umane. Rimanere inermi di fronte ai propri sentimenti, in una società che tende al cinismo, può essere quasi un atto di ribellione, in primo luogo contro se stessi.