Lo spazio è un luogo di rivelazione e scoperta nella poetica di Philip K. Dick. Dato che tutto ciò che ci circonda, qui su questa triste e grigia Terra, è coperto da un velo di falsità che non riusciamo a superare, allontanarci verso le stelle è il modo migliore per guardare le cose da un’altra prospettiva, per imparare qualcosa su noi stessi e sul mondo. Anche a costo di scoprire verità spaventose. Accadeva in Divina Invasione, nelle Tre Stimmate di Palmer Eldritch, e per certi versi anche in Ubik. In The Impossible Planet, secondo episodio di Philip K. Dick’s Electric Dreams, non si tratta di allontanarsi dalla Terra, ma anzi di andarle incontro. E il viaggio non è tanto all’insegna della scoperta, quanto della memoria.

Ci troviamo in un futuro nel quale Brian (Jack Reynor) e Ed (Benedict Wong) organizzano delle visite guidate in angoli più o meno spettacolari della galassia. In ogni caso, ci pensano loro a migliorare l’esperienza dei turisti paganti, filtrando e abbellendo le immagini dei pianeti. Questa routine professionale viene spezzata nel momento in cui una donna di 350 anni di nome Irma (Geraldine Chaplin) si presenta accompagnata da un assistente robot. La sua richiesta è di andare sulla Terra. Il desiderio in sé non può essere esaudito, ma la donna è decisa a pagare una fortuna pur di partire, ed è così che i due accettano. Durante il viaggio Ed si mantiene più cinico, e non esita a spacciare un luogo a caso per il sistema solare, mentre Brian sviluppa un legame singolare con la donna, un legame che forse è molto più vecchio di quel che appare.

Scritto e diretto da David Farr (The Night Manager), l’episodio gioca molto sul tema della memoria. Lo fa mettendo a confronto i ricordi, falsati e artificiosi, dei turisti che vediamo all’inizio, con quelli di Irma. In quest’ultimo caso non si tratta nemmeno di ricordi di prima mano, ma che derivano da racconti che sua nonna le ha fatto sulla Carolina. Ora, l’episodio sembra dirci che nonostante tutto, la purezza, quasi l’ingenuità e la fede incrollabili con i quali Irma, ormai a poche settimane dalla morte, si appoggia a queste memorie, le rendono quasi vive.

Sicuramente più degne di rispetto di una narrazione spicciola da marketing come quella di cui sono affamati dei turisti che divorano tutto, ma sembrano non gustarsi nulla. La stessa manipolazione delle immagini stellari (immaginiamo la tristezza di una società che non riesce nemmeno più a meravigliarsi guardando le stelle!) è un elemento inedito dell’episodio che ha un ovvio collegamento con la contemporaneità. Noi creiamo le cornici dei nostri ricordi, li perfezioniamo, li impacchettiamo, li vendiamo, e un attimo dopo li abbiamo già dimenticati.

C’è una delicatezza e una fragilità di fondo nel personaggio di Irma e nel modo in cui viene interpretata, che in qualche modo si scontra con la piattezza di Brian (Reynor piuttosto dimenticabile), e non è l’unico forte contrasto. Come nel primo episodio, anche qui il racconto di partenza viene ampliato, inserendo un filtro romantico, più sentimentale, che culmina in un finale controverso. Dove il racconto originale si appoggiava ad un twist narrativo, qui infatti la scelta è quasi trascendentale. Non lo è del tutto, nel senso che si può dare un’interpretazione più illusoria e concreta a quello che vedremo, basata anche sul senso di forte insoddisfazione vissuto da un certo personaggio. E forse sarebbe la lettura migliore.