C’è una lunga tradizione cinematografica che esalta storie di gloriosi fallimenti, facendone spesso i portatori di una giustizia o verità invisibile agli occhi dei contemporanei che ne decretarono la disfatta. In questa scia sembra inserirsi Gunpowder, seppur non pensata per il grande schermo ma per quella televisione assurta ormai a tutti gli effetti a degna equivalente della settima arte. Dal mondo filmico, la serie della BBC prende la pittoresca cura delle immagini, la struttura in tre atti – nella comoda ripartizione in tre episodi – e la costruzione di un’estetica dell’orrore per molto tempo rigettata dal piccolo schermo.

Se Game of Thrones, da cui la miniserie britannica desume il protagonista Kit Harington (qui in veste di attore, co-creatore e produttore esecutivo), ci ha abituati all’idea che la sofferenza possa essere mostrata non solo attraverso i dolenti primi piani di chi la subisce, Gunpowder è impietosamente grafico nella ricostruzione dei supplizi di cui i cattolici inglesi furono vittime nei tremendi anni della persecuzione antipapista di Giacomo I Stuart. Nella straziante scena del martirio di Lady Dorothy Dibdale (Sian Webber), personaggio creato ad hoc per la serie ma ispirato a figure storicamente esistite, lo spettatore diviene un pari di Robert Catesby (interpretato da Harington, suo possibile discendente) e di Anne Vaux (Liv Tyler), che assistono impotenti allo scempio delle carni della loro congiunta e del giovanissimo Daniel Smith (Thom Ashley).

La prima puntata è, in questo senso, l’acme emotiva e drammatica dell’intera vicenda, atta a generare un’inevitabile solidarietà per il piano – pur cruento e omicida – ideato da Catesby e Thomas Wintour (Edward Holcroft, recentemente visto anche in L’altra Grace) e poi messo a punto nel secondo episodio grazie alla collaborazione di Guy Fawkes (Tom Cullen). Proprio quest’ultimo, nelle pur non numerose scene a lui dedicate, risulta essere tra i personaggi più riusciti della serie, al di là del carico di mistero che la figura porta con sé: la performance ombrosa e feroce di Cullen, sempre distaccato rispetto all’apparente concordia del gruppo di cospiratori, ne fa la perfetta prefigurazione dell’esito disastroso della congiura, nonché il baluardo più luminoso della ribellione alla violenza assurda di una nazione disposta a uccidere i propri figli.

Non mancano, comprensibilmente, doverosi paralleli che dimostrino come il problema non risieda nel protestantesimo in sé: il viaggio di Catesby e Wintour in Spagna consente loro di testimoniare direttamente la persecuzione della monarchia cattolica nei confronti della minoranza ebraica. Tuttavia, Gunpowder schiva con saggezza l’allettante rischio di una dissacrante attualizzazione; benché usata come strumento per perpetrare massacri, la religione continua a essere l’unico elemento di conforto e sostegno per i travagliati protagonisti. Vi è una classicità quasi fiabesca, inoltre, nella contrapposizione estetica tra gli eroici ribelli e i subdoli, spesso sadici antagonisti: se, da un lato, abbiamo gli affascinanti Harington, Cullen e Hartford, dall’altra abbiamo il contorto – fisicamente e strategicamente – Cecil di Mark Gatiss, lo stolido Giacomo I di Derek Riddell e, soprattutto, lo spietato William Wade di Shaun Dooley.

Se, come detto, la prima puntata di Gunpowder è sicuramente la più scioccante e angosciosa, soprattutto in virtù dell’inizio che riecheggia quello di Bastardi Senza Gloria e della già citata violenza delle immagini, è interessante notare come i due episodi successivi instillino nel cuore dello spettatore la paradossale speranza che la congiura possa andare a buon fine. Seppur consapevoli della mancata esplosione pianificata sotto il Parlamento, gioiamo di ogni piccolo successo portato a casa da Catesby e compagnia, e godiamo nel vedere i machiavellici piani di Cecil trovare nuovi e insormontabili ostacoli. Confidiamo irrazionalmente fino alla fine di veder crollare Westminster per assicurare una giusta vendetta ai martiri della persecuzione; per una serie incentrata su un episodio tanto noto alla maggioranza della popolazione mondiale, non è certo un risultato da poco.