Dei problemi strutturali di Inhumans si è detto abbastanza commentando le precedenti puntate, anche ripetendosi inevitabilmente. Questa è una serie priva di pathos, dalla scrittura traballante a dir poco, con interpretazioni insufficienti e dialoghi ingenui. Più tutta una serie di altre considerazioni collaterali a proposito della coerenza interna e della struttura dell’intreccio, su cui comunque dovremo tornare ancora. Eppure quel che davvero ha sorpreso in negativo, al termine della prima stagione della serie Marvel, è stata la sua incapacità di adeguarsi, anche solo per istinto, ad una forma di narrazione che è logico attendersi quando si guarda una storia. Intavolare delle tematiche e dei conflitti e poi voltar loro lo sguardo, questo è l’elemento più imperdonabile.

Perché, lo ripetiamo per l’ennesima volta, Inhumans aveva delle ottime potenzialità drammatiche alla base. Ci spingiamo a dire che queste erano superiori agli altri due show Marvel andati in onda sulla ABC, Agents of S.H.I.E.L.D. e Agent Carter. Se non altro perché si basava su una narrazione tra le più classiche, che lo stesso Marvel Cinematic Universe aveva sfruttato nel primo Thor, con cui le somiglianze di sprecano. E quel film potrà piacere o meno, ma quantomeno comprendeva l’idea di percorso di formazione per un eroe che, in un ambiente sconosciuto, riparte da zero con umiltà affrontando le proprie convinzioni, migliorando se stesso.

Al termine degli otto episodi della prima, forse unica, stagione di Inhumans, nessun personaggio è diverso dall’inizio. Attilan è caduta, il popolo degli Inumani si è spostato sulla Terra, ma rispetto ad un’ambientazione che quindi è mutata non vi è traccia di questi cambiamenti nelle caratterizzazioni dei personaggi. L’odioso sistema di caste è caduto, ma solo per caso, e solo grazie alle azioni di Maximus. In tutto questo dovremmo fare il tifo per Black Bolt e gli altri? Ma perché? Si tratta di personaggi respingenti, che hanno avuto il privilegio di nascere in una famiglia al comando, ma che non hanno dimostrato nobiltà d’animo né hanno messo in discussione loro stessi nel corso degli episodi. Perfino l’ultima inquadratura, con Black Bolt e Medusa che tornano a vestire – letteralmente – i panni di sovrano e regina, sembra gridare questa superiorità presunta di personaggi favoriti dal caso.

L’intreccio procede per caso e necessità, tra resurrezioni non richieste e andirivieni continui. Valgono le stesse considerazioni del precedente episodio: l’ambientazione lunare favorisce la serie rispetto a quella hawaiiana, ma è un riscatto ben misero per uno show che, al di là dei valori tecnici, avrebbe dovuto avere altre aspirazioni di scrittura. Il mutismo di Black Bolt poteva essere una sfida, ma ci ha allontanato ancora di più dal sovrano; Medusa non ha mai rinunciato alla propria alterigia; Crystal ha un potere interessante mai sfruttato e il suo presunto legame con Lockjaw non ha avuto mai approfondimento; Gorgon, che per tutto l’episodio tiene un’andatura barcollante, è quasi ingiudicabile; Karnak è sicuramente il personaggio che esce meglio, ma il fatto che una storyline romantica come la sua passi per elemento positivo dice molto sul resto.

Il cast non ha colpe, anzi, si tratta quasi sempre di volti interessanti che avrebbero meritato miglior materiale. Al di là dei retroscena produttivi che hanno condotto al lancio di un prodotto simile, ci interessano gli esiti. Come Iron Fist, ma molto peggio, Inhumans – sempre Scott Buck come showrunner – si è posto come imitazione spenta di un universo di cui afferra vagamente i riflessi, ma non riesce a concepirne i meccanismi né la struttura. Ma qui si andrebbe fin troppo nel dettaglio, quando la serie in realtà non ha fallito solo come prodotto di supereroi, ma come storia in generale. Il peggior prodotto, tra cinema e tv, legato al Marvel Universe.