Fin dal suo esordio dirompente su USA Network pochi anni fa, Mr. Robot ha sostenuto un conflitto interno tra la sua anima più autoriale e il puro piacere della narrazione. In parole povere, uno scontro tra cervello e cuore in cui spesso il primo sembra avere la meglio. La serie di Sam Esmail è stilisticamente drastica nel senso che sottomette volentieri la piacevolezza dell’intreccio ad un’autoreferenzialità spesso respingente. Questo quinto episodio è una forte presa di posizione dell’autore – di un grande autore televisivo – rispetto alla propria creatura. Nell’esaltare le potenzialità stilistiche di Mr. Robot, Esmail trascende qualunque limite toccato registicamente dalla serie, e crea qualcosa di memorabile.

Stiamo parlando di un episodio intero raccontato tramite la tecnica del pianosequenza, e quindi di una puntata in cui il tempo della storia e il tempo del racconto coincidono. La puntata in America è andata in onda priva di inserimenti commerciali. È bene precisare come non si tratti di un’unica ripresa ininterrotta, quanto di un artificio narrativo che taglia in determinati punti facili da individuare, costruendo però l’illusione della continuità. Tutto ciò per narrare un momento cruciale della fase 2, con i dubbi di Elliot, l’assalto alla sede della E Corp che è anche un diversivo, e quindi l’entrata in scena di Angela che porta a termine la missione, dovendo tuttavia rinunciare a qualcosa.

Tecnicamente l’episodio è strabiliante. Il pianosequenza come esercizio di stile lascia il tempo che trova, ma qui Esmail lo incanala in una narrazione che sposa perfettamente il senso dell’operazione registica. Tra interni ed esterni, dal piano terra ai piani più alti del grattacielo, il tutto strutturando l’episodio in macrosequenze riconoscibili, cambiando punto di vista dei personaggi. Ci sono acrobazie registiche degne di nota, prospettive impossibili (oltrepassiamo mura, finestre, folle urlanti), movimenti di macchina che valgono per loro stessi, ma che non possono non essere apprezzati. Il punto di vista della camera, che è anche il nostro, diventa l’oggetto irrinunciabile che dona concretezza ai pensieri a voce alta di Elliot quanto ai suoi monologhi interiori.

Ora, se come da tradizione metanarrativa il referente ideale degli sfoghi di Elliot siamo noi spettatori, Esmail qui innalza l’obiettivo della camera a osservatore impassibile, ma onnipotente, e ci rende partecipi del viaggio. Così facendo, utilizzando gli artifici detti sopra, si appoggia di volta in volta ai vari punti di vista, ma senza vincolarsi troppo, lasciando vagare il suo sguardo imperturbabile nel raccontare la storia. Lo fa con un controllo della scena di invidiabile potenza, che non spreca un granello della tensione in gioco, ma ancora qui la sviluppa tramite una presa d’acciaio sui rumori e musiche in scena. C’è la musica d’accompagnamento di Philip Glass, un fischio nelle orecchie che toglie riferimenti, l’estraniazione dal caos, i rumori della strada che fanno capolino solo per un secondo per poi sfocare.

Dal punto di vista narrativo qualcosa va sacrificato, ma d’altra parte questo episodio ha portato avanti la trama più di altri visti finora. Angela esce allo scoperto, la Fase 2 entra nel vivo, e soprattutto Elliot capisce finalmente di essere stato manipolato. In questo senso il blackout ideale con cui si apre – con risvolti anche divertenti – la puntata trova un senso circolare in mezzo all’azione, con Elliot che trova la chiave per trarre un ordine dal caos dei propri ricordi.