Ci siamo: col nono episodio, l’ultimo prima della pausa invernale che durerà fino a gennaio, Star Trek: Discovery ha infine portato il proprio equipaggio là dove nessun uomo è mai giunto prima. O, per meglio dire, così potrebbe essere, dato che Gabriel Lorca (Jason Isaacs) e la sua ciurma si ritrovano, a causa di un malfunzionamento del motore a spore collegato a un sempre più esausto Paul Stamets (Anthony Rapp), in un luogo imprecisato dell’universo, senza coordinate di sorta e con i sistemi di localizzazione in tilt. Vi ricorda nulla?

I fan della saga correranno col pensiero a Star Trek: Voyager, le cui premesse iniziali erano appunto quelle di un’astronave dispersa in un quadrante remoto dell’universo. Ancora una volta, dunque, Discovery sembra voler omaggiare la solida tradizione del franchise a cui appartiene: lo fa al termine di una puntata, Nella foresta mi addentro, che chiude una volta per tutti i conti in sospeso con il perfido klingon Kol (Kenneth Mitchell), ucciso grazie all’eroica missione pianificata da Lorca contro le indicazioni della Federazione – consuetudine ormai rodata per il capitano – e portata a termine da Michael Burnham (Sonequa Martin-Green) e dal suo ormai esplicitato love interest Ash Tyler (Shazad Latif).

Proprio quest’ultimo, infiltratosi assieme alla ragazza sulla Nave dei Morti klingon, da cui vennero sferrati gli attacchi più sanguinosi della Battaglia delle Stelle Binarie, si trova faccia a faccia con L’Rell (Mary Chieffo), sua aguzzina durante gli oltre duecento giorni di prigionia su un vascello nemico. Grazie ai drammatici flashback che turbano il giovane capo della sicurezza, troviamo conferma di quanto già si era compreso negli episodi precedenti: il ragazzo è stato vittima di torture e stupri durante la sua detenzione, e i fantasmi degli abusi subiti turbano tuttora il suo presente, facendolo piombare in sporadiche ma intense crisi tipiche di chi soffre di stress post-traumatico, e costringendo quindi Michael a portare a termine la missione quasi in solitaria.

È interessante notare come la tematica classica, per la narrativa d’ambientazione bellica, del trauma del guerriero sia declinata, nel caso di Tyler, secondo sfumature nuove e peculiari, che arricchiscono la sua sofferenza con lo spinoso elemento, tuttora tabù, della violenza sessuale perpetrata nei confronti di un individuo di sesso maschile. Più che il dolore fisico legato alla tortura più cruenta, appare evidente dai ricordi di Tyler che siano lo stupro e l’abuso psicologico ad aver inciso in modo più devastante sulla sua psiche con ripercussioni del tutto imprevedibili (il suo faccia a faccia con l’ormai prigioniera L’Rell non fa chiarezza sui contrastanti sentimenti del giovane).

Ancora una volta, senza forzature di sorta, Star Trek conduce quindi il proprio pubblico in zone inesplorate non solo del cosmo, ma anche della letteratura televisiva di genere, e apre il campo a una seconda parte di stagione che dovrà fronteggiare, assieme alla tutt’altro che conclusa guerra con i Klingon, anche nuove dinamiche psicologiche nell’equipaggio, che si tratti dell’amore tra Tyler e Burnham o dei misteriosi effetti collaterali del motore a spore su Stamets. Il tutto in un angolo oscuro di universo, immersi in una mancanza di riferimenti spaziali che diviene eco mastodontica dello spaesamento dei protagonisti; non vediamo l’ora di scoprire in quale foresta, cosmica o sentimentale, si stiano addentrando.