C’è tutto l’immaginario di Star Trek al centro di U.S.S. Callister, episodio “spaziale” della quarta stagione di Black Mirror. Il senso della parodia e della ricerca del riferimento sono immediati e percepibili fin dalla prima scena in cui ancora non sappiamo nulla del contesto della puntata. Formato rétro, stereotipi a valanga sulla serie classica, un tono molto sopra le righe e un certo sessismo che non guasta mai: è tutto parodistico e artificioso come solo le più ridicole fughe dalla realtà sanno essere, e in effetti è proprio di questo che l’episodio, diretto da Toby Haynes, verte nella sua interezza. Molto grottesco, soprattutto negli sviluppi conclusivi, ma anche centrato su dinamiche drammatiche, l’episodio ragiona su isolamento e frustrazione. In un contesto del genere, perfino le riflessioni sulla creazione dell’anima passano in secondo piano.

Robert Daly, interpretato da Jesse Plemons, lavora in una grossa azienda insieme al suo socio, interpretato da Jimmi Simpson. Quest’ultimo ha di fatto soverchiato l’altro nella gestione degli affari, quando invece grande parte del merito sarebbe del primo. Robert vive le sue giornate a lavoro tra frustrazione e risentimento, una persona apparentemente pacata che in realtà ribolle di odio per il mancato riconoscimento. Di notte, l’uomo sfoga le sue frustrazioni in tutti i modi possibili entrando in un microuniverso chiuso, all’interno di uno più grande, che imita la sua serie di fantascienza preferita. All’interno di questo universo virtuale, lui è onnipotente, e può infierire come crede su tutte le persone che odia. Può farlo grazie ad una tecnologia che gli ha permesso di caricare le loro coscienze nel programma a partire dal loro DNA. Sono soggetti consapevoli di quel che accade, ma del tutto inermi. Un giorno a lavoro arriva una nuova collaboratrice, interpretata da Cristin Milioti, e qualcosa cambia.

Il tema di U.S.S. Callister è la fuga dalla realtà. Black Mirror sintetizza una serie di situazioni emblematiche nella vita di ognuno e le getta in un calderone virtuale in cui la scrittura di Brooker può dare libero sfogo alla sua fantasia. Con esiti anche divertenti per certi versi. Con il suo tono parodistico, questo Space Fleet è più Galaxy Quest che Star Trek, per ovvi motivi tra l’altro, e molto di ciò che vediamo, dal tono ai dialoghi alle interpretazioni (in particolare quella della Milioti) ci ricordano di continuo che stiamo assistendo ad una farsa. Che tale deve essere, proprio perché deve rispecchiare le frustrazioni vissute nel quotidiano dal protagonista. A livello di motivazioni, non c’è nulla di diverso tra i giochi notturni di Robert e le conversazioni immaginarie sotto la doccia dalle quali si esce sempre vincitori.

È un episodio più stratificato di quel che potrebbe sembrare questo di Black Mirror. C’è il piano più superficiale, che consiste nel macchinoso e improbabile tentativo di fuga dei prigionieri. C’è lo sfogo della rabbia che si consuma nel privato manipolando una versione alternativa della realtà. C’è una tirata contro la solitudine vissuta di fronte ad uno schermo, che può assumere le varie forme della realtà virtuale, dai videogiochi (è di questo che si parla in fondo) alle identità che ognuno costruisce sulla rete, dove deve inseguire un ideale di perfezione. Robert è la vittima che diventa carnefice, un mezzo hikikomori che costruisce il proprio universo illusorio per sfuggire alle ansie del quotidiano.

Inevitabili alcune considerazioni sul risvolto filosofico dualistico dell’episodio. Tra le implicazioni della tecnologia usata c’è anche uno sdoppiamento della coscienza dei protagonisti, di fatto replicata su un codice, ma indistinguibile da quella vera e svincolata dai loro corpi. I momenti più drammatici dell’episodio si basano proprio su ciò. Abbiamo anche un universo che in potenza ne può contenere altri, e così via all’infinito (sì, un episodio di Rick & Morty, ma è un tema classico della fantascienza), e ci viene presentata una rappresentazione della mente basata del tutto sulla percezione di sé. Robert e gli altri esprimono allora la loro consapevolezza tramite un linguaggio che non è più la proiezione della loro mente, ma che, a rovescio, vede la loro mente essere il frutto di una programmazione.

Da considerazioni di questo genere ci si può muovere in tantissime direzioni, ma, saggiamente, la scrittura di Brooker chiude tutto su note più farsesche, ricordandoci che in fondo è tutto un gioco, e andrà preso sul serio solo fino a un certo punto.