La collaborazione tra Netflix e Charlie Brooker per la produzione di dodici episodi di Black Mirror, spalmati poi in due stagioni da sei puntate ciascuna, termina qui. Non sappiamo ancora cosa riserverà il futuro alla serie antologica, ma per adesso lo show si congeda dal pubblico della piattaforma come aveva fatto già con quello della BBC. Black Museum è una puntata che, come White Christmas, contiene più storie, tutte legate a una vicenda centrale che poi nel finale si riprende la propria importanza. È un sunto generale di tutte le fascinazioni che la serie ha saputo mettere in campo negli anni e, benché a questo punto manchi la sorpresa, gli spettatori vengono lasciati andare via su note familiari.

Il Black Museum del titolo è un luogo nel quale un personaggio diabolico conserva gelosamente artefatti tecnologici e non solo (c’è anche un riferimento visivo a White Bear). Ognuno di questi, come una galleria degli orrori, è legato a una storia molto spiacevole, che l’uomo racconta a una ragazza appena incontrata. Si tratta di storie avvilenti e tristi, che puntano molto sulle perversioni e pulsioni umane, sulla fallibilità e imperfezione che contraddistingue tutti i personaggi di Black Mirror. Si narra di un medico che utilizza una tecnologia in grado di fargli comprendere meglio la natura delle sensazioni provate dai suoi pazienti, oppure di uno strumento che permette di immagazzinare una coscienza all’interno di supporti fisici di vario tipo, e si parla di sofferenza e tortura. Come in White Christmas, intuiamo abbastanza presto che tutto ciò ha un risvolto importante nella trama generale, e infine una forma di riscatto puntualmente arriva.

Questo episodio è interessante perché per la prima volta introduce in modo diretto una lettura particolare nel rapporto tra umanità e tecnologia, qualcosa che finora abbiamo solo accarezzato e mai approfondito. Ossia questo patto faustiano che viene stipulato nel momento in cui si accetta di modellare la propria vita – spesso la propria mente – sulle comodità e i vantaggi offerti dalla tecnologia di turno. Black Mirror racconta spesso questo, e lo fa seguendo una struttura che presenta i vantaggi iniziali dovuti all’invenzione, salvo poi rivelarne il famoso riflesso oscuro che conduce tutto su binari tragici. Si tratta di una riflessione celata dal fatto che le tecnologie sono prodotti del mercato e della società stessa – una prigione che noi stessi ci siamo costruiti – e non esiste l’uomo misterioso che propone il patto. Qui c’è.

Da questo si passa a raccontare storie poco edificanti quando non immorali nel modo in cui i destinatari utilizzano la tecnologia. Un personaggio finisce praticamente drogato di sensazioni, altri rinunciano al senso di accettazione e mescolano ipocrisia e risentimento, altri ancora si crogiolano nella vendetta. Le riflessioni che l’episodio suscita non si distanziano troppo da quanto trattato in altri episodi. A questo punto la capacità di estrapolare la coscienza dal corpo e trattarla a piacimento è una costante. Qui il riflesso non è tanto sulla persona in sé, quanto sui suoi cari che si ostinano a non lasciarla andare. È una sovrainterpretazione, ma sembra una critica velata all’accanimento terapeutico.

Il tutto inquadrato in una cornice che gioca su un sottotesto horror che potrebbe avere qualcosa di I racconti della cripta o di uno dei primissimi speciali di Halloween dei Simpson. L’episodio, diretto da Colm McCarthy, è tutt’altro che piacevole. Non soltanto perché lavora sull’angoscia ripetuta più volte nella consapevolezza che tutto andrà male, ma perché presenta un intrecciarsi di storie molto respingenti a partire dai caratteri in gioco. Che in genere in Black Mirror non brillano di simpatia, ma almeno si riscattano con una profonda e imperfetta umanità. Qui invece sono parecchio odiosi e mancano di quella stessa empatia. Non è una chiusura col botto, né è uno degli episodi migliori della stagione, ma quantomeno è in linea con ciò che Black Mirror è sempre stato.