La quarta stagione di Black Mirror è diversa dalle prime due storiche, andate in onda sulla BBC, nello stesso modo in cui già lo era la terza. Chi si aspetta di trovare, in tutti i sei episodi, quel mood particolare declinato secondo storie diverse, farebbe meglio a ricredersi. Meglio sarebbe allora far tesoro di ciò che abbiamo già sperimentato come spettatori alla fine del 2016, quando l’angosciante creatura di Charlie Brooker debuttava su Netflix con un carico immenso di aspettative. Questa quarta stagione di Black Mirror, che per molto tempo è stata identificata come la seconda parte della terza, continua a battere nuove strade e, soprattutto, nuovi generi. È discontinua nel modo che è più logico attendersi avendo a che fare con un approccio di questo genere, ma, così come per la terza, infine il responso è positivo. La quarta stagione di Black Mirror arriverà il 29 dicembre su Netflix.

Il sentimento dell’angoscia continua a permeare la scrittura delle puntate, ancora una volta tutte curate da Charlie Brooker. Ci affacciamo a mondi impossibili, ma spesso verosimili. Le possibilità della mente si dispiegano lungo traiettorie pericolose, eppure così affascinanti e seducenti. E Black Mirror è misurato e attento nel porgere quello che da sempre è il suo conflitto principale, ossia il rapporto tra le tensioni e passioni umane e le circostanze ambientali. Le tecnologie sono il prodotto di un intelletto che vuole rispondere a determinate esigenze, oppure sono i fattori tecnologici a costruire, a posteriori, la nuova umanità, e quindi a sottometterla? Comprenderemo la vera libertà, nel senso più alto ed esistenziale del termine, se sapremo rispondere a questa domanda.

Ma Black Mirror rimane una serie di fantascienza, e quindi uno show che utilizza molto i simboli e le metafore. In Arkangel, episodio diretto da Jodie Foster e incentrato sul controllo genitoriale, emerge tra le righe una riflessione sulla costruzione del senso di responsabilità individuale. Come Nosedive, ci troviamo in piena zona Black Mirror, e il senso dell’angoscia qui è fortissimo. Come nei migliori episodi della serie, la componente umana e il senso di empatia sono estremamente caricati. Ma Black Mirror è anche lontano discendente, ed erede incontrastato, della tradizione seriale inaugurata da Ai confini della realtà, e ce lo ricorda in U.S.S. Callister, episodio che gioca sull’estetica di Star Trek con risvolti grotteschi.

Crocodile è un episodio decisamente affine a Shut Up and Dance, quantomeno nell’impostazione da thriller che è soverchiante rispetto alla componente fantascientifica. In questo caso lo strumento tecnologico è quasi un MacGuffin utile a impostare un certo tipo di trama, ma il cuore dell’episodio risiede in altre dinamiche più “di genere”, appunto come nella puntata della terza stagione citata. Hang the DJ, diretto da Tim Van Patten, è l’episodio che ci è piaciuto di più. Anche qui tutto ruota intorno ad un espediente fantascientifico, ma è molto forte la componente umana e relazionale: se esiste un San Junipero nella quarta stagione, è senza dubbio questo. Inoltre, come facilmente intuibile, il titolo della puntata rimanda ad una canzone degli Smiths, e quindi c’è la voglia di giocare su un nuovo effetto “Heaven is a Place on Earth”.

Black Mirror

Metalhead, diretto da David Slade, è un oggetto stranissimo all’interno di Black Mirror. Praticamente l’episodio più lontano di sempre dalla serie, dai suoi temi, dalla sua estetica. E diciamo che lo è fin troppo, non ci è piaciuto. Sempre rifacendosi a questo paragone ideale con i vecchi episodi, Black Museum ricorda senza dubbio come impostazione White Christmas, nel senso che abbiamo una storia più grande che ne contiene alcune più piccole. Ha quel tipo di scrittura che procede per piccole rivelazioni, e che ancora una volta ci riporta nella Twilight Zone. L’episodio non recupera il fascino e il meccanismo perfetto di quello speciale natalizio, ma funziona nei suoi risvolti più cupi.

I paragoni con le puntate precedenti hanno un doppio senso. Servono a dare un punto d’appoggio non potendo rivelare ulteriori dettagli sugli episodi inediti, ma sono necessari anche a costruire il senso di una stagione che ha un valore generale più grande rispetto alla somma delle singole puntate. Per capirci, mischiando i dodici episodi di Netflix in due gruppi non otterremmo due stagioni equilibrate come queste, legate in modo che ognuna appare come lo specchio dell’altra. Un episodio thriller, uno più sentimentale, uno più lontano dai canoni della serie, uno molto classico, e così via… In questo modo, forse consapevolmente, Brooker rilancia il senso di un prodotto che per sopravvivere non può più essere uguale solo a se stesso, ma deve proporre nuovi equilibri e cercare nuove strade, se necessario anche perdendo qualcosa lungo il cammino in termini di qualità assoluta.

Infine ci sarebbe da aprire una parentesi sulle sfumature emozionali evocate da Black Mirror. Abbiamo citato più volte il termine angoscia, intesa come terrore dell’inesprimibile, ma c’è anche quel piacere amarissimo nel veder torturato un personaggio crudele, o il sollievo inquieto nel trovarci di fronte ad un lieto fine che, a ben pensarci, non lo è poi così tanto. L’umanità che abita questi mondi non è formata da cyborg nel senso stretto del termine, ma la commistione tra carne e macchina avviene a livelli mentali ormai inestricabili: un’umanità in cui il “ghost” è stato compromesso ancor prima del guscio. Ma ciò che davvero atterrisce sempre, ed è questa la metafora assoluta di Black Mirror, è la realizzazione che nemmeno questo compromesso estremo è bastato a trovare la felicità.