Quando la serialità europea si incontra con la narrazione di genere emergono sempre delle sorprese interessanti. Atmosfere riflessive e una forma del racconto solenne vengono contaminate dalle regole di scrittura codificate dalla scuola americana, che proprio non si può evitare di prendere come riferimento. Ciò che ne risulta sono ibridi affascinanti (Les Revenants, Real Humans), che hanno la forza delle loro idee e la serietà sufficiente per metterle in pratica. È il caso di Dark, prima produzione tedesca sviluppata per Netflix, che ha debuttato con i suoi dieci episodi sulla piattaforma lo scorso 1 dicembre. Piacevolmente caotica e inestricabile nell’intreccio per molti episodi, la serie si afferma forte della propria identità caratteriale, scavandosi una nicchia di interesse nella mente dello spettatore che, pur non afferrando tutto, ne viene risucchiato.

I fatti si svolgono nella città di Winden, sconvolta dalla scomparsa in rapida successione di due giovani del posto. Le ricerche, come da classica struttura poliziesca, portano alla luce una serie di relazioni sommerse, segreti pericolosi, risentimenti mai colmati, ma c’è di più. Nei dintorni della cittadina si trova un luogo che permette il viaggio nel tempo. Ed è qui che, costruendo una narrazione che si sviluppa a blocchi di 33 anni, la vicenda di Dark si fa davvero complessa. Dal 1953 al 1986 al 2019, una serie di personaggi che appartengono a varie famiglie cercano ognuno la propria verità. Nel confronto tra le varie epoche emergono i canoni del genere: il futuro che influenza il passato, i paradossi, il tentativo di aggiustare le cose.

Si richiede, soprattutto nelle prime puntate, una forte concentrazione per non perdere traccia dei legami tra i personaggi. L’intreccio è complesso, procede in modo non lineare, le conseguenze precedono cause che spesso ci verranno rivelate dopo molto tempo. La messa in scena di Dark sostiene fortemente l’impegno che la scrittura richiede, giocando sull’espressività dei luoghi, sul senso del dramma percepito, sulla tragedia condivisa tramite momenti corali e una colonna sonora incalzante. Inoltre, gli episodi spesso chiudono con uno split screen che mette a confronto le versioni più giovani e più vecchie degli stessi personaggi, un continuo memento per gli spettatori, del quale siamo grati.

Il viaggio nel tempo affascina perché non ha regole condivise, e ogni storia di fantascienza può interpretarlo a proprio modo. Si può cambiare il passato, o tutto ciò che viene fatto non fa altro che confermare gli eventi? Il continuo senso di dramma incombente e il fatalismo che pare dominare su tutto e tutti avvicinano Dark a Timecrimes, lungometraggio di fantascienza spagnolo di Nacho Vigalondo. Si tratta di narrazioni in cui il viaggo nel tempo non è una dimensione da imbrigliare e con cui giocare in modo avventuroso (Ritorno al futuro o Lost), ma è qualcosa di ben più inquietante. Esiste uno strettissimo legame infatti tra la manipolazioni delle forze naturali e le conseguenze drammatiche che da esso scaturiscono. Qui tutto ruota intorno alla costruzione di una centrale nucleare che domina la comunità: il tempo quindi non più come dimensione a sé, ma come forza naturale calata nel mondo, spaventosa e terrificante.

Fatalismo e predeterminazione si abbattono sui personaggi in scenari cupi, e poco o nulla giungerà a riscattarli. E si tratta di un approccio che Dark persegue fin troppo, spingendosi anche oltre la propria zona di sicurezza. Nel momento in cui entrano in gioco dinamiche sovrannaturali, o presunte tali, discorsi su simboli e mitologie astratte, allora la serie fa il passo più lungo della gamba, perdendo qualcosa della propria coerenza. Inoltre il fascino dei caratteri è dato più dalle situazioni in cui si trovano che dal loro percorso personale. Si tratta di protagonisti generalmente dimenticabili, sia come volti che come caratterizzazioni. Chiusura in crescita, che rilancia il prodotto verso una seconda stagione che speriamo di vedere.

Dark rappresenta l’ultimo tassello di una serialità che si espande sempre più, ma che al tempo stesso, tramite una narrazione di genere, abbatte le barriere socioculturali che ne fanno un prodotto strettamente legato al proprio Paese. Ci piacerebbe vedere qualcosa del genere anche in Italia.