Siamo all’inizio della conversazione e Barack Obama sembra Rambo: viene da un altro mondo, più pressante, importante, decisivo, serio, e deve assestarsi al nostro, in cui i tempi sono dilatati e gli incarichi incredibilmente futili.

“Nel mio precedente lavoro quando mi dicevano che qualcosa era urgente lo era davvero, il messaggio era che andasse fatto entro mezz’ora, altrimenti qualcuno moriva” dice scherzando Obama quando racconta di come il suo editore gli abbia detto che dovevano davvero sbrigarsi con il suo libro e serviva subito un appuntamento per prendere le decisioni fondamentali, ma quando gli ha dato disponibilità anche per il giorno stesso quello gli ha risposto che non era possibile incontrarsi prima di 2 settimane.

Ancora, quando racconta della partenza della figlia per il college mentre tutta la famiglia si dà da fare per prepararle la valigia o aiutarla lui non sa che fare, ed è proprio lei che per gentilezza gli dà un incarico, montarle una lampada: “Era una lampada in sole 4 parti. Ci ho messo un’ora!” Un uomo che aveva i codici per le testate nucleari, che ha dato il via alla più profonda riforma sanitaria del sistema americano e che ha gestito due guerre e la più grande crisi economica dal 1929 che non sa montare una lampada. Obama sceglie un personaggio per sé, sceglie di raccontarsi come Rambo che, disperato, dice al suo colonnello di aver manovrato mezzi militari per milioni di dollari e di non riuscire nemmeno a trovare lavoro come parcheggiatore una volta tornato in patria. Solo che lui non è disperato, lui è Obama, l’alfiere del cambiamento e della fiducia nel domani.

Tanto che alla fine, in quello che appare un momento concordato e mal incastrato con il resto della conversazione (solo uno dei molti esempi di come sia stata preparata la trasmissione e quanto tutto sia andato male quando non era affidato direttamente all’ospite) spiega anche quale sia la sua prossima impresa, cosa abbia deciso che può davvero fare al meglio ora che ha finito con la presidenza. Si tratta di un centro per la formazione delle prossime generazione di politici: “Ispirare e insegnare il cambiamento”. Un reduce che si rimbocca le maniche per migliorare il futuro della politica.

Un momento di fenomenale storicizzazione del passatoTutti i miti ci appaiono più splendenti quando finalmente diventano tali a tutti gli effetti, quando hanno superato la contingenza presente, non sono più al centro del discorso e la loro “prestazione” oppure proprio la loro vita è alle nostre spalle. Giocatori che si ritirano, attori che non recitano più, illustri defunti e Barack Obama. Il presidente del cambiamento che per 8 anni ha gestito l’ex prima potenza e l’attuale democrazia più avanzata del pianeta, appare oggi più decisivo nel mandato ormai finito da un anno di quando era in carica. Le sue sconfitte e le molte ombre della sua presidenza (l’affare Snowden, le intercettazioni dei politici di tutto il mondo, la maniera in cui ha gestito Assange e via dicendo) evaporano di fronte al mito e alla sua immagine.

Un’ora di dialogo con David Letterman sul palco, con il consueto alternarsi di aneddoti familiari dal lato solare, commovente e popolare, e considerazioni sullo stato del mondo, della politica e della vita in relazione alla tecnologia da “uno che se ne intende” e che ha la deformazione professionale di un’impressionante chiarezza anche nei discorsi più complessi, è un momento di fenomenale storicizzazione del passato, il primo atto della presa di coscienza di cosa abbia significato la presidenza Obama e di come possa essere una pietra di paragone complicata per il futuro. Due persone di incredibili principi morali (lui e la moglie Michelle) alla guida di una potenza.

Nonostante tutto questo, nonostante la prima e più decisiva apparizione dell’ex presidente, in tutta franchezza Non C’è Bisogno di Presentazioni non si può davvero definire uno show. La nuova avventura di Letterman in 6 puntate a cadenza mensile (!) su Netflix è una conversazione su un palco, brevemente introdotta da Letterman stesso a un pubblico che, almeno per la prima puntata, non era a conoscenza di chi sarebbe stato l’ospite.

Comprensibilmente non c’è niente di quel che costituiva il suo Late Show (non vuole proprio essere quello) e che solitamente è l’ossatura di tutti i Late Show americani a partire da quello di Johnny Carson in cui Letterman stesso si è formato. Ma non c’è nient’altro a sostituire quella messa in scena, nulla che non sia la conversazione e una clip realizzata all’esterno propedeutica ad un punto del discorso evidentemente concordato (è un’intervista con John Lewis, il senatore che marciò con Martin Luther King nella cittadina di Selma, un episodio cardine della lotta per i diritti degli afroamericani, realizzata proprio sul ponte della cittadina di Selma). Massima concentrazione sulle parole che tuttavia nasconde una confezione poverissima che fallisce anche nei due-tre momenti in cui doveva tenere le redini e organizzare le chiacchiere.

Invece che essere il trionfo della concentrazione sul talk in “talk show”, Non C’è Bisogno di Presentazioni è un taglia e cuci di momenti di una conversazione, un montaggio che in più di un momento rivela la sua natura staccando brutalmente un segmento per passare a quello successivo. Addirittura l’incontro non sembra nemmeno eccessivamente preparato da parte di Letterman, che spesso ondeggia senza una direzione chiara o una drammaturgia interna, ogni volta rimesso in sesto dalle parole e dalla chiarezza dell’ospite.

Questo non leva che, come prevedibile, si tratti di un’ora più che godibile. Barack Obama era un ospite interessante e spiritoso quando era presidente degli Stati Uniti e non può che esserlo ancora di più ora che è un po’ più libero di parlare. Ma l’impressione è che si potesse davvero fare più che riprendere e montare malamente. Davvero non sembra possibile che i momenti migliori siano affidati alla buona predisposizione dell’ospite e non alla capacità del conduttore di oliare la conversazione. Non è possibile che sia il fiume di idee, pensieri e considerazioni molto interessanti che l’ospite ha a salvare la serata e non la capacità di chi conduce di estrarre da lui qualcosa di unico, di creare uno show che abbia la propria impronta.

Addirittura nel finale è Obama a guidare uno spaesato Letterman nel backstage, suggerendogli che forse quel che chi riprende tutto vorrebbe è che loro se ne andassero via di spalle insieme. “…Così è una bella immagine e la regia può creare un momento molto intenso con cui chiudere”, lo si sente dire mentre effettivamente se ne vanno come orchestrato dall’ex presidente.