Decisamente proiettato in velocità sui binari della stagione attuale questo quinto episodio di Homeland che, con una parentesi introduttiva alle spalle, entra di fatto nella fase centrale della storia. Allora ecco che la storia raccontata in Active Measures poggia interamente sulla crisi deflagrata nello scorso episodio, con il rapido precipitare degli eventi legati all’assedio di O’Keefe. Dunque da un lato una crisi interna – ma sarà così poi? – da gestire, dall’altro due indagini che corrono parallele e che vedono Saul e Carrie seguire il loro istinto, giocando nel dietro le quinte per confermare o smentire sospetti dai quali proprio non riescono a liberarsi. Il risultato complessivo è buono.

Come sempre Homeland non si fa sfuggire l’occasione di gettare nel mucchio tutto ciò che può afferrare dall’attuale dibattito politico internazionale. Ghiotta occasione quindi per lanciare uno sguardo oltreoceano e coinvolgere una presunta azione russa dietro la diffusione delle fake news. Quindi ancora una volta la paura di un’azione straniera per manipolare l’agenda politica americana e destabilizzare le istituzioni. Saul, nonostante gli avvertimenti ricevuti, si intestardisce sull’argomento, ma per il momento non trova nulla. “A volte una crisi interna è solo una crisi interna”, gli dirà il suo informatore Ivan Krupin. E potrebbe essere questo il caso, anche perché, come il resto dell’episodio ci racconta, di problemi interni il paese è già pieno.

Il territorio nel quale l’assedio si è trasformato in massacro (una nuova Waco, si potrebbe dire), è infatti teatro di tensioni sociali. Richmond è quasi una polveriera pronta a esplodere. Qui allora per la prima volta dall’inizio della stagione la Keane prende le redini della faccenda, si espone in primo piano e riesce a trovare senza appoggi esterni o consigli una soluzione ottimale al problema. Scusarsi non si può, nessuno accetterebbe quelle scuse, mentre usare la forza peggiorerebbe solo le cose. Quindi ecco una terza via, insperata, che porta a cercare la strada della conciliazione tramite le vedove degli agenti uccisi nella sparatoria. E c’è un momento di sincera umanità, di quelli che erano mancati in questi primi macchinosi episodi, al momento del funerale in Virginia. Forse è una lettura eccessiva, ma dove gli uomini hanno distrutto, le donne sono riuscite a trovare la pace.

Sul versante delle indagini di Carrie tutto torna su binari più classici per lo show. Carrie recluta una squadra di persone fidate, tra le quali spicca senza dubbio un certo Anson, interpretato da James D’Arcy, in un ruolo molto più violento del solito. Di questa violenza farà le spese Simone Martin, la donna che sarebbe collegata a Wellington e quindi all’omicidio di McClendon. Seguiamo l’appostamento di Carrie e degli altri alla ricerca di prove, la loro operazione ben congegnata, che alterna momenti di speranza ad altri di illusione, almeno fino allo schiaffo finale. O che almeno ci viene così raccontato dallo show e dalla reazione di Carrie, che tanto sperava di aver messo le mani su un collegamento inoppugnabile. In realtà quella certezza viene meno, e tutto viene rimesso in gioco. “It’s information warfare”.