Mentre sulla rete ammiraglia Il commissario Montalbano continua a battere ogni record d’ascolto indifferentemente dal fatto che quelli in onda siano nuovi episodi o semplici repliche, su Rai 2 è pronta a esordire una nuova serie tv di genere crime, un produzione che possiamo già annoverare tra le più innovative dell’anno per quanto riguarda il nostro paese. Questo perché, fin dalle sequenze iniziali, ne Il cacciatore si respira un’aria diversa, molto più internazionale e moderna di quella a cui ci hanno abituato gli standard della televisione pubblica. Forse è ancora presto per dirlo ma la sensazione che si ha guardando i primi due episodi, in onda stasera 14 marzo alle 21.20 ma già disponibili online su RaiPlay, è quella di trovarsi davanti a un nuovo Romanzo Criminale – La serie, tanto nelle intenzioni quanto a livello produttivo.

Anche qui lo spunto di partenza è la realtà filtrata da un libro, l’autobiografico Cacciatore di mafiosi di Alfonso Sabella, che racconta di come le indagini messe in atto da quest’ultimo assieme al pool antimafia di Palermo abbiano portato, negli anni Novanta, alla cattura di alcuni dei più noti affiliati al clan dei Corleonesi, da Leoluca Bagarella a Giovanni Brusca. Queste significative pagine della storia del nostro paese nella serie vengono narrate sostituendo a Sabella un personaggio fittizio, il giovane pm Saverio Barone, un uomo di giustizia che non si fa troppi problemi a utilizzare metodi non convenzionali pur di portare a casa il risultato. Un eroe – interpretato in maniera davvero convincente da Francesco Montanari – tridimensionale, sfaccettato, come lo è ogni figura che popola il variegato ecosistema dello show. Che si tratti del più infimo dei criminali o del più integerrimo dei tutori della legge, ne Il cacciatore nessuno è buono o cattivo fino in fondo.

Benché la mafia abbia un ruolo centrale nella narrazione, questa non è però la solita serie tv sulla mafia. Lo si capisce subito da come è impostata la fotografia, volutamente sporca, chiaroscurale, con una color correction che vira al seppia, perfetta per ricreare le atmosfere della Sicilia del 1993. E poi il grande ritmo infuso dalla regia di Stefano Lodovichi e Davide Marengo, che mischia sapientemente rallenty, sequenze action piuttosto cruente – almeno per i canoni della Rai – e didascalie che ricordano i credits dei film di Tarantino per introdurre i vari boss.

Se per i temi trattati si può pensare che Il cacciatore sia un prodotto indirizzato a un pubblico adulto, il modo in cui è confezionato spinge invece verso un audience più giovane, quello delle serie di Netflix e di Sky. Forse è anche per questo che vedendo l’entrata in scena – e soprattutto la successiva presentazione con didascalia – del Mico Farinella di Giulio Beranek la mente va subito allo Zingaro di Luca Marinelli, l’antagonista di Lo chiamavano Jeeg Robot, con cui l’eccentrico criminale ha più di un dettaglio in comune.

Nonostante la matrice italiana della serie resti ben evidente, con Il cacciatore la Rai sembra voler portare a compimento quella rivoluzione che, ormai da qualche anno, sta generando prodotti sempre più curati e dal sapore internazionale. Se le ottime impressioni suscitate da i primi due episodi verranno confermate a fine stagione, potremmo davvero iniziare a parlare di una nuova era per la serialità televisiva italiana.