Rapido conto alla mano, dal 2015 a oggi sono sette le stagioni da tredici episodi rilasciate su Netflix che fanno parte del Marvel Universe. Con l’unica eccezione di Defenders, la serie crossover da otto puntate, gli show Daredevil, Jessica Jones, Luke Cage, Iron Fist e Punisher non hanno arretrato d’un passo rispetto a questa regola. Tredici puntate, non una di più, e soprattutto non una di meno. Conclusa la visione della seconda stagione di Jessica Jones ci chiediamo, con un po’ di cattiveria, quante volte questa impostazione è stata infine giustificata, e la risposta non è positiva. Come positivo non è il giudizio sulla seconda, da noi molto attesa, stagione della serie Marvel. C’è del buono in queste tredici puntate, ma anche questo scompare tra le pieghe di una confezione troppo diluita e delle troppe mancanze di scrittura.

La seconda stagione di Jessica Jones è molto più figlia degli eventi della prima stagione di quanto non lo sia dei pochi spunti offerti in Defenders. Questo grande blocco di tredici puntate si aggancia al mood, ai temi, ai conflitti introdotti nella prima stagione. I personaggi affrontano in larga parte situazioni irrisolte avviate in quella lunga stagione, e i rimandi al passato ancorano Jessica Jones ad una mitologia che le è propria e che la distingue da tutti gli altri personaggi del Marvel Netflix Universe. Jessica rimane l’investigatrice da neo-noir, irritabile, alcolizzata, violenta, solitaria, in lotta con se stessa per mantenere un briciolo di umanità, o anche solo per riconoscere a se stessa il diritto alla ricerca della felicità.

Se il tema centrale della prima stagione era il controllo (la manipolazione, la dipendenza, in tantissime forme), quello della seconda è la rabbia. Ci troviamo di fronte a persone che hanno ottenuto, o stanno ottenendo, una forma di emancipazione rispetto alle catene che le tenevano legate, ma che ora si trovano ad affrontare la sfida più difficile. Finché ci troveremo alla mercé di qualcosa che è altro rispetto a noi, non saremo liberi, ma potremo autoassolverci e raccontarci che in fondo ciò che accade non è colpa nostra. È tutto molto autoconsolatorio e abbastanza falso, ma funziona così. Ora, Jessica ha distrutto le catene che la legavano a Kilgrave, Malcolm ha sconfitto la dipendenza dalla droga, Trish è uscita dall’ombra opprimente dell’odiosa madre. Da un punto di vista tematico, tutta la seconda stagione di Jessica Jones è un grande tentativo di elaborazione – e rielaborazione – di se stessi alla luce della libertà ottenuta.

Aperti gli occhi, ci rendiamo conto di avere un milione di motivi per essere arrabbiati. Si può abbracciare quella rabbia, dare libero sfogo alle nostre frustrazioni, o trasformarla in qualcosa di positivo, cambiare noi stessi per cambiare il mondo. Ecco, nel corso della stagione i personaggi sono perennemente arrabbiati. Jessica è furiosa contro tutti i segreti del suo passato che ritornano, è arrabbiata perché teme di essere uguale alla madre, sopravvissuta all’incidente e ora una macchina impazzita (è questa la rivelazione, il cardine dell’intera stagione). Trish è devastata dalle pillole che hanno alterato le sue capacità, e odia il suo attuale status di “bambolina” radiofonica. Jeri è furente e frustrata una volta scoperto di avere la SLA. E poi c’è la madre di Jessica, Alisa, che è interamente definita come personaggio dalla rabbia che prova.

Tutto ciò, interessante sulla carta, viene svilito da un’esecuzione che episodio dopo episodio sottrae godimento alla storia in favore di un costante rimando ad un confronto futuro che non arriva, e che quando arriva non è mai così soddisfacente come vorremmo. La prima stagione di Jessica Jones non era perfetta, ma gravitava intorno ad un’idea di fondo molto buona, e soprattutto aveva un cattivo fenomenale come Kilgrave. Preso atto che quel villain non può tornare, ci aspettiamo un’alternativa altrettanto valida. Incredibile a dirsi, in questa seconda stagione non c’è nemmeno un antagonista propriamente tale. Sì, ci sono figure pericolose e conflittuali come Alisa e il dottor Clark, ma non rappresentano una minaccia nel senso classico, sono semplici vittime delle circostanze che si trascinano in avanti, come tutto del resto.

E non è scritto da nessuna parte che una storia di supereroi debba rispondere sempre a certi canoni, ma ci interroghiamo sul senso di un’operazione così lunga e anticlimatica nei suoi esiti. L’intreccio non si svolge tramite l’azione (di per sé comunque pochissima), ma quando questa arriva sembra comunque incidentale rispetto ad una serie che allontana il suo orizzonte tramite deviazioni, ritardi, parentesi, storie secondarie da dimenticare. Proprio quest’ultime sono un grave peso sull’intera stagione. La vicenda di Jeri Hogart è una lunga aggiunta senza mordente, idem per il percorso, molto respingente, di Trish e Malcolm. E, detto fuori dai denti, tredici episodi rimangono sempre troppi; è una formula che non funziona, non con questo tipo di scrittura.

Peccato. Peccato perché Krysten Ritter rimane una scelta di casting a dir poco brillante per questa serie. Anche nei momenti più superficiali e ripetitivi, ha un carisma e un’adesione al ruolo tali da permetterle di elevare ogni scena ad un livello superiore, ed è lei a farsi carico del peso della storia (ed è un grande peso) fino alle battute conclusive. Dove The Punisher aveva avviato abbastanza bene la “seconda fase” del Marvel Netflix Universe, Jessica Jones è un netto passo indietro. Temiamo abbastanza per i nuovi episodi di Luke Cage (22 giugno 2018) e di Iron Fist.