Sinceramente, dopo Barbershop e soprattutto dopo Teddy Perkins, Atlanta potrebbe tirar fuori qualunque cosa in ogni sua puntata. Quindi, con grande curiosità ci apprestiamo a vedere Champagne Papi pronti ad attenderci un’altra gemma antologica. L’episodio è meno interessante dei precedenti due, o almeno più in linea dal punto di vista della storia e dei contenuti con quello che Atlanta è sempre stato. Che on vuol dire rinunciare alla sperimentazione e limitarsi a portare avanti l’intreccio, ma farlo con un occhio di riguardo alle situazioni, ai personaggi, a ciò che mi muove dietro le quinte. Proprio un dietro le quinte – in particolare quello di una festa – è l’ambiente in cui si svolge la storia.

Dimentichiamo Paper Boi e Earn. Quantomeno, nel caso di quest’ultimo ci prova Van, che si ritrova alla festa di un certo Drake. L’obiettivo dichiarato fin dai primi momenti della puntata è quello di far ingelosire il suo ex compagno, che viene nel frattempo stalkerato su Instagram. Quindi torniamo ad una durata di episodio normale e seguiamo Van insieme alle sue amiche, molto più coinvolte emotivamente, che si preparano alla festa. C’è tutto un bizzarro rituale di preparazione, dagli abiti alle confessioni reciproche, e poi un punto di ritrovo in cui salgono su un furgone pronte a farsi trasportare al luogo della festa.

Le cose funzionano abbastanza bene per la maggior parte di loro, ma Van fin da subito si eclissa dalle altre e inizia a girare per conto suo. L’episodio non è destabilizzante come quello della scorsa settimana, ma ancora una volta si tratta di muoversi tra gli ambienti di una grande casa, lasciando ciò che è più normale all’ingresso e scoprendo poco a poco segreti e situazioni tutt’altro che affascinanti. Nel frattempo Darius tira fuori una strana teoria sul fatto che tutto ciò che circonda i protagonisti è falso, inteso come realtà apparente. È tutto buttato un po’ lì a caso, ma rientra nel modo in cui viene narrato questo microcosmo fatto di pura immagine, codici, promesse scritte su un pezzo di carta che non vale niente.

C’è tanta disillusione di fronte a questo. L’episodio ce lo racconta lavorando come al solito sulle sfumature, come fa sempre Atlanta, e sul non detto. Più che un intreccio con un inizio e una fine, c’è una lenta galleria di situazioni modeste, precarie, ma al tempo stesso sempre più realistiche e degradanti. Tutto culmina in un’immagine che vede il rientro a casa da questa fabbrica dei sogni delle protagoniste. In fondo nulla per loro è cambiato, e nulla di quel che hanno fatto aveva un senso, ma un’altra notte è trascorsa.