Dire che il finale di Scandal è un completo, insensato caos, sarebbe un eufemismo.
Per quanto, questa stagione in particolare, sia risultata una sopa-opera sopra le righe persino per uno show eccessivo come questo, se c’era un modo degno in cui poteva congedarsi dal pubblico era proprio quello di concludersi spingendo sull’acceleratore e, metaforicamente e non, avere il coraggio di buttarsi giù da quel precipizio, facendo più rumore possibile e mostrando tutta la propria sfacciataggine. Invece, tristemente, la serie si accontenta di un deludente lieto fine che poco ha a che vedere con l’evoluzione o involuzione dei personaggi in questi sette anni.

Parliamo per esempio di quello sguardo al futuro che ci viene concesso e che ci mostra, grazie al suo ritratto appeso nella galleria dei Presidenti, come Olivia sia infine riuscita a raggiungere l’obiettivo che ha sempre sognato: diventare il leader del mondo libero. L’Olivia che però vediamo in quel ritratto, curiosamente, non ha nulla a che vedere con quella che abbiamo imparato a conoscere. Per fare un esempio banale, nella serie abbiamo visto il personaggio con i capelli al naturale solo in due occasioni, nel periodo in cui viene rapita e quando si trova sull’isola con Jake.
Che cosa rappresenta quindi l’immagine del ritratto?
Una donna liberata, finalmente sincera? E allora perché sprecare sette anni a raccontare la storia di un personaggio che, persino nell’aspetto, non ha fatto altro che adeguarsi ad un sistema che richiedeva certi standard? Dove è stata l’Olivia del ritratto in tutto questo tempo?
La contraddizione del messaggio finale della serie è piuttosto evidente: se l’Olivia che rifiuta infatti di continuare a lavorare per Mellie è una donna consapevole di come il potere corrompa ogni persona ed ogni cosa, perché quella stessa persona dovrebbe aver consapevolmente scelto di scendere nuovamente in campo: che cosa sarebbe cambiato?
Perché da spettatori dovremmo ritenere che l’Olivia del futuro sia meno corruttibile di quella del passato se abbiamo appena trascorso sette anni in compagnia di qualcuno che è cambiato così radicalmente per il peggio? Per quanto, nell’immediato, l’idea di una Olivia Pope Presidente sia intrigante, gli autori – a nostro avviso – con questo finale richiedono al pubblico un salto nel buio eccessivo, soprattutto se consideriamo il genere di lezione che hanno cercato di impartire ai propri protagonisti.
Vedere come Scandal abbia deciso improvvisamente di trasformarsi nella storia di una donna intelligente, forte e di colore, che riesce a conquistare i propri obiettivi, quando per la maggior parte del suo percorso è stata focalizzata sul suo declino, crea un contrasto davvero troppo forte per essere credibile.

Parliamo anche di un espediente narrativo piuttosto evidente in questo finale di serie e che ha comunque caratterizzato lo show sin dal suo esordio e cioè il modo manipolativo con cui gli autori hanno usato la carta del colore della pelle della protagonista. Nella realtà il fatto che Kerry Washington sia stata scelta come la protagonista di una serie che descrive un mondo dominato dai bianchi è e resta una delle maggiori conquiste di Shonda Rhimes, il panorama televisivo del 2012 era senza dubbio dominato da protagonisti di serie TV dalla pelle bianca, è il modo in cui questo traguardo è stato usato nella serie che ci lascia quindi perplessi.
Che Rowan per esempio sia stato un personaggio orgoglioso della propria provenienza non è un mai stato mistero, il fatto che quindi – nel suo discorso finale – abbia sottolineato questo aspetto era quasi scontato. Ma come dovremmo reagire quando gli autori giustificano il fatto che non venga perseguito per i suoi crimini solo perché sarebbe di colore? Il messaggio che Scandal lascia passare con quell’accorato discorso è sostanzialmente che Eli scoraggia la Commissione dal prendere qualunque provvedimento per il semplice fatto che il popolo americano non potrebbe mai sopportare la notizia di essere stato governato nella realtà da un uomo di colore e non dai Presidenti che si è illuso di aver eletto. Il che è un terribile messaggio.
Il problema delle mancate conseguenze delle proprie azioni, peraltro, non concerne solo papà Pope, ma tutti i protagonisti dello show: ogni singolo individuo confessa di aver ucciso, mentito, corrotto e persino di aver truccato le elezioni di fronte a diversi rappresentanti del Governo e come risposta a tutto questo cosa accade? Nulla di nulla.
Fitz, Mellie, Olivia, Cyrus, Abby, Quinn, Huck e anche Charlie ne escono puliti come angioletti, come nulla fosse accaduto. Perché?

Tutti tranne Jake e David, ovviamente.
Provare una parvenza di pietà per Jake Ballard sarebbe veramente difficile a questo punto, il fatto che sia quindi finito in un carcere di massima sicurezza è davvero il minimo che potesse accadergli, sebbene il personaggio abbia rappresentato una ben strana tipologia di killer, considerata la sua ritrosia (almeno ultimamente) nel premere un grilletto, ha sicuramente avuto la fine che merita, ma se spostiamo il discorso su David Rosen la questione di fa ovviamente più complessa.
Facendo riferimento a ciò a cui abbiamo fatto cenno all’inizio della recensione e cioè al potere come simbolo di corruzione, viene spontaneo parlare di David Rosen in quanto proverbiale eccezione alla regola, nonché unico personaggio che avrebbe dovuto uscire indenne dal finale ed invece, per amore dell’effetto wow, viene eliminato.
La sua bontà ne ha sempre fatto una potenziale vittima in Scandal, ma la sua morte, in circostanze peraltro così stupide (perché David avrebbe dovuto fidarsi di Cyrus ed andare da solo a casa sua?) fa perdere completamente di significato al suo sacrificio, perché sarebbe bastato che Rowan andasse a testimoniare anche solo un giorno prima per evitare a Cyrus si sbarazzarsi di lui.
Per amore della serie eviteremo inoltre di mettere in discussione il fatto che una morte per soffocamento (passi l’avvelenamento) venga scambiata per un attacco cardiaco, ma a quanto pare, nella writer room dello show come a Washington, nessuno conosce lo strumento delle autopsie.

Anche la fine di Cyrus Beene è una testimonianza di come la serie abbia rifiutato, persino nel finale, di prendere una posizione netta.
Cyrus, a seconda dell circostanze, è infatti passato da uomo gay che viene privato della possibilità di fare carriera a causa della sua sessualità, ad omicida ed il fatto che nemmeno lui venga punito per l’assassinio di uno dei pochi personaggi positivi dello show, parla a grandi lettere di quello che davvero è il messaggio di questa serie.

Ultimo, ma non ultimo, c’è il coronamento del sogno d’amore di Olitz. A Kerry Washington e Tony Goldwyn va indubbiamente il merito di aver venduto bene la coppia fino all’ultima inquadratura, ma è passata così tanta acqua sotto i ponti sin dal debutto della serie e dalla scoperta del loro amore clandestino e così tante cose sono state dette e fatte, che anche questa riunione finale ha perso in un certo senso di spessore, soprattutto quando un’Olivia che ancora rischia di passare la vita in prigione mette l’uomo che teoricamente dovrebbe amare di fronte a due sole alternative, fare sesso o tacere. Ah, l’amore!

Con Over a Cliff si chiude così una serie ormai stanca, che avrebbe potuto fare molto di più per rendere omaggio ai suoi protagonisti e che invece, per paura o convenzione, ha scelto di andarsene senza fare troppo rumore prediligendo una strana politica del compromesso che non ha mai fatto parte di Scandal, al quale comunque va il merito di essere stata pionieristica nel mettere nelle mani di una donna di colore forte ed indipendente, uno show che solo qualche anno prima sarebbe stato molto diverso da ciò che è invece stato.
E questo, almeno, non lo dimenticheremo.