“C’è un dio qui, capitano? Un qualsiasi dio?” chiede Harry Goodsir (Paul Ready) a Francis Crozier (Jared Harris) alla vigilia del proprio estremo sacrificio in Non Ci Siamo Più, episodio finale dell’impavido affresco corale che porta il nome di The Terror. Giunta al termine del viaggio, la serie AMC dissipa ogni dubbio sulla propria natura di film in dieci capitoli: impossibile, di fatto, tracciare una netta separazione tra le puntate che ne hanno costituito il corpus, dai primi presagi di sventura fino all’apocalisse conclusiva,

Se Il Mare, Il Mare, Il Mare Aperto aveva mostrato le parallele traversie di Crozier e degli ammutinati capeggiati da Cornelius Hickey (Adam Nagaitis), Non Ci Siamo Più ricongiunge i destini dei due uomini per una resa dei conti a lungo attesa il cui esito viene decretato da Tuunbaq. Prima di arrivare alla cruenta risoluzione d’ogni conflitto, The Terror non ci risparmia nulla della sofferenza di cui può ancora disporre, dato l’esiguo numero di uomini rimasti in vita.

Anzitutto, l’ingresso di Crozier nel campo degli ammutinati coincide con l’agghiacciante scoperta degli stivali di James Fitzjames ai piedi di Hickey, sintomo dell’avvenuto ritrovamento del corpo dell’amico e, presumibilmente, della destinazione cannibale dei suoi resti terreni. L’assenza del capitano dal suo campo spegne l’ultimo fioco lume d’umanità che aveva contraddistinto i sopravvissuti: a nulla valgono le esortazioni di Edward Little (Matthew McNulty) a far partire una squadra di soccorso che colpisca i seguaci di Hickey e liberi il prigioniero. Si decide di muoversi verso sud, abbandonando i feriti a una sorte già segnata.

The Terror

L’agonia di Thomas Jopson (Liam Garrigan) offre a The Terror la possibilità di scandagliare la mente di un moribondo corroso dalla follia, traducendo il suo incubo allucinatorio in una sequenza surreale: il ragazzo arranca sul secco deserto, ma immagina di avanzare su una tavola imbandita a capo della quale un elegantissimo Crozier in uniforme conversa con invisibili convitati. Da notare come neppure in quest’ultimo delirio Jopson venga meno alla propria devozione nei confronti del capitano, scostando con violenza le succulente delizie affastellate sul tavolo pur di raggiungere l’uomo a cui ha offerto i propri solerti servigi per mesi e mesi.

Il rifiuto del cibo sussiste anche nel toccante suicidio di Goodsir: dopo aver raccomandato a Crozier di nutrirsi solo delle sue piante dei piedi, il dottore si cosparge di veleno per tramutarsi in un’arma contro Hickey e i suoi, e si dà la morte tagliando le vene dei polsi. Le ultime immagini che compaiono dinnanzi ai suoi occhi prima del trapasso – un fiore bianco, una conchiglia e una formazione minerale – ribadiscono quanto detto poco prima al capitano: “Persino ora, questo posto è bellissimo per me, se lo si guarda con gli occhi di un bambino.” Mentre la stretta della morte lo ghermisce, la mente di Goodsir si aggrappa al candido ricordo delle meraviglie della natura, sfuggendo agli orrori di cui è stato testimone.

La memoria è uno dei temi centrali di Non Ci Siamo Più, così come l’opposto desiderio d’essere dimenticati. Da Goodsir che non riesce a rammentare il nome del primo ragazzo morto a bordo delle navi, al desolante esercizio compiuto da Crozier che ripete, a metà tra rosario profano e lugubre appello, i nomi dei membri della ciurma: tutto, in questo episodio, rimarca la doverosa esigenza del ricordo. Sin dalla prima scena, in cui Hickey chiede a Crozier se il capitano ricordi il brindisi condiviso un lontano mercoledì a bordo della Terror, l’atto mnemonico diventa valore. In un contesto ormai impermeabile alle logiche comuni e a ogni parvenza di civiltà, non resta che cercare conforto nel proprio archivio mentale – o, come veniva definito in Hannibal, nel proprio mind palace.

The Terror

Lo scempio delle carni di Goodsir, acme ripugnante dell’orrore di The Terror, raggiunge lo scopo prefissato dal medico: mentre attendono l’arrivo di Tuunbaq su un’altura petrosa, gli ammutinati cadono uno a uno annientati dal veleno, divenendo a loro volta pasto insidioso per la bestia che sta per attaccarli. “Il soprannaturale è qui, di fronte a noi; il nostro non è l’unico impero”, mormora l’infido Hickey ai compagni morenti, inebriato dalla prospettiva dell’incontro con l’animale. Nel vano tentativo di aggiudicarsi una posizione di dominio che ha inseguito per tutta la vita, il giovane si taglia la lingua offrendola a Tuunbaq, ma finisce anch’egli maciullato dalla belva, sovrana assoluta del caos che ha distrutto, pezzo dopo pezzo, la gloriosa impresa artica dell’evoluto impero britannico. Tuttavia, discostandosi dal romanzo originario di Dan Simmons, Non Ci Siamo Più riserva la medesima sorte al predatore, facendolo soccombere alla propria fame soffocato da Crozier, che spinge il corpo smembrato di Hickey tra le sue fauci.

Così, distrutto dalla stanchezza e dalla disperazione, il capitano si assopisce accanto alla creatura morta; è lui l’unico superstite della sciagurata spedizione di Franklin, soccorso di lì a poco da Lady Silence (Nive Nielsen). “Anche se potessi aiutarla, lei non lo vorrebbe”, aveva detto la ragazza a Crozier in Primo colpo vincente, ragazzi, ma una valanga tragica è intervenuta a cambiare profondamente l’irlandese: l’uomo che viene salvato dalla inuit ha lottato per restare in vita mentre, attorno a lui, il fato beffardo falciava uno dopo l’altro i membri dell’equipaggio. La sua convalescenza, affidata alle cure ancestrali della donna, non frena l’urgenza di tornare a cercare i suoi uomini. Accompagnato dalla sua salvatrice, Crozier compie una terminale via crucis che rivela, a ogni stazione, uno scenario ugualmente straziante.

La scoperta dei cadaveri dei malati, tra cui il fedele Jopson, è presto seguita da quella del fato di Little e degli altri uomini in marcia verso sud: le membra scarnificate qua e là sono chiaro indizio del cannibalismo dilagato in assenza del capitano, e il volto brutalizzato del tenente – che esala l’ultimo respiro tra le braccia di Crozier, mormorando “ci siamo…” – è il ritratto definitivo del fallimento della civiltà sconfitta dalla pazzia. In questo cimitero eclettico fatto di arti rosicchiati, lattine accartocciate e libri abbandonati al vento, a Silence non viene risparmiata la tremenda visione del cadavere nudo e parzialmente spolpato di Goodsir, eroico martire e suo unico vero confidente a bordo della Terror.

The Terror

Appurata la sorte dell’equipaggio e privo ormai di qualsiasi legame col passato, a Crozier non resta che seguire Silence – che scopriamo chiamarsi Silna – presso un accampamento inuit; il giorno seguente, la ragazza viene allontanata dalla tribù, spogliata della sua autorità di sciamana a seguito della morte di Tuunbaq; inutili le proteste del capitano, che perde così la sua ultima alleata. Le scene finali della serie ci riportano all’incipit della stagione, in cui Sir James Ross (Richard Sutton) si recava, grazie alla spedizione finanziata da Lady Jane Franklin, alla ricerca di notizie sul destino della Erebus e della Terror. Scopriamo ora come Crozier non si sia mai allontanato dal campo inuit, nascondendosi sotto un cappuccio di pelliccia e chiedendo di essere dichiarato morto dal capo della tribù.

La scelta radicale del capitano, ritiratosi dal mondo civile rinunciando al proprio nome, annulla di fatto la sua condizione di superstite: Crozier è morto, lasciando il posto ad Aglooka. L’ultima immagine ce lo mostra isolato, in ginocchio sul mare ghiacciato con al fianco un bambino inuit addormentato, immerso in una pesca che ha tutta l’aria di un rito di meditazione. Il sole sorge pallido alle sue spalle. Al contrario della sua abbandonata Terror, Crozier è fermo nel gelo per sua scelta: il suo ritiro ha il sapore di una penitenza senza termine, di un’espiazione per la gravosa colpa d’essere l’unico sopravvissuto di tutto l’equipaggio. Tale esilio è l’unica possibile conclusione a una parabola umana che ha attraversato una foresta di atrocità troppo mostruose per potergli permettere un tranquillo rientro nella società londinese. Chiedendo di essere dimenticato, egli assurge all’unica posizione che gli consenta di ricordare quanto avvenuto, muta memoria vivente delle centoventotto anime risucchiate dal più cruento dei maelström.

The Terror, inno dolente all’ineluttabilità della morte e, al tempo stesso, coraggiosa celebrazione della vita persino nei suoi aspetti più raccapriccianti, complesso atlante che sfrutta i prismatici protagonisti per mostrare senza inutili pudori tutte le debolezze insite nell’animo umano, facendocene apprezzare ancor più gli afflati eroici. Sostenuta da una scrittura impeccabile e da rigorosa una raffinatezza estetica, quest’efferata odissea soggioga lo spettatore con la stessa forza dirompente della natura che si propone di raccontare, stordendolo tra la luce abbagliante della solidarietà e le fitte tenebre della perdizione. Un’esperienza totalizzante e devastante, che imprime nella mente il segno indelebile del proprio artiglio poetico. Capolavoro.

The Terror