Se la prima stagione di Westworld era Lost, questa seconda è Game of Thrones. La serie HBO ne condivide le ambizioni, la grandezza, gli scenari maestosi. Attraverso una narrazione meno evanescente e sognante e più concreta e focalizzata sulla complessità dell’intreccio, lo show di Jonathan Nolan e Lisa Joy tenta quest’anno il grande passo, candidandosi a nuova grande narrazione televisiva. Abbiamo potuto vedere in anteprima i primi cinque episodi, quindi metà di quelli complessivi, della seconda stagione di Westworld. Il responso è senza dubbio positivo: nonostante alcune parentesi forse non necessarie, questa è una serie che vuole costruire una grande storia, e che rilancia la sfida anche in previsione degli anni a venire, ragionando su più ambientazioni e sul moltiplicarsi degli intrecci.

Ogni storia che vuole espandere la propria mitologia deve necessariamente muoversi in due direzioni: il tempo e lo spazio. Questi cinque episodi fanno questo. Come nella prima stagione, ma in modo molto più immediato e comprensibile, ci sono parentesi flashback che illuminano alcuni lati della storia e dell’evoluzione dei personaggi (è facile immaginare a chi ci riferiamo in questo caso). Al tempo stesso la storia estende il proprio sguardo oltre i misteri della mente e l’intreccio letteralmente labirintico della prima stagione. Una volta che si sono liberati delle proprie catene, Maeve, Dolores e gli altri host si preparano ad affrontare nuove sfide. Si tratta di conquistare o esplorare nuovi orizzonti. In almeno uno di questi casi ciò comporterà un contatto con Shogun World – la nuova ambientazione del periodo Edo – e con nuovi personaggi.

Nel contatto tra western e antico Giappone emergono delle affascinanti similitudini, già evidenziate in alcune dichiarazioni da Jonathan Nolan. Si tratta di due immaginari violenti, con i loro codici e un certo gusto nel narrare storie di vendetta. Non è Sergio Leone che dirige un remake dall’opera di Kurosawa (Per un pugno di dollari che rifà Yojimbo), ma è qualcosa che attraversa i due estremi del mondo per andare a raccontare storie specchiate, di donne ferite e di uomini in cerca di riscatto. Il tempo trascorso a Shogun World è minore rispetto a quello che potevamo immaginare alla vigilia, ma questa è una storia in crescita che espande a poco a poco i suoi confini. Ci sarà tempo per conoscere meglio questa ambientazione (forse non l’unica inedita) e soprattutto c’è la voglia di conoscere i protagonisti che le abitano.

Ma questa rimane soprattutto di donne. Dolores, Clementine, Maeve e non solo sono ognuna una declinazione diversa del cammino della Daenerys delle prime stagioni del Trono di Spade (si tratta di estendere la propria conquista della libertà ad altri ancora schiavi). Ognuna di queste, più o meno rabbiosa o consapevole, impara ad ascoltare una nuova voce interiore e a farsi ascoltare. Lo fa in un mondo in cui, anche per causa loro, le “violent delights” della prima stagione lasciano il posto ad un mondo ancor più preda di crudeltà e spietatezza. Non più allora la ricerca del sé interiore, ma il tentativo di salvaguardare quella libertà appena riscattata. Si tratta di qualcosa di molto peculiare per questi personaggi femminili, che al tempo stesso li distingue dai vari Teddy, Bernard, Hector. A giudicare da quel che abbiamo visto di Shogun World (nel cast anche Rinko Kikuchi), sembra un’impostazione che travalicherà anche i confini del “Sol Levante”.

Ma Westworld rimane anche una serie profondamente metanarrativa. Molto si è già detto a proposito della prima stagione sulle affinità tra le storyline inventate dagli sceneggiatori del parco e le stesse narrazioni che noi come spettatori ci aspettiamo di vedere quando seguiamo una serie. Westworld rimane una storia che parla di come funzionano le storie. Diventa palese ciò nel momento in cui già l’inizio della seconda stagione segna una cesura rispetto al passato, chiude un certo tipo di storia e ne avvia un’altra, proiettando tutti i personaggi su nuovi sentieri. In questo ragionare sui meccanismi delle storie tuttavia Westworld non si pone con freddezza. È interessante, coinvolgente, grandioso a partire dalla durata degli episodi (si supera più volte l’ora e dieci di durata).

Chi ha apprezzato il cast della prima stagione troverà ottime conferme qui. Nonostante la mancanza di Anthony Hopkins, questa rimane una serie che può appoggiarsi alla granitica e feroce interpretazione di Ed Harris, a quella determinata di Thandie Newton (la sua storyline è molto più sensata rispetto allo scorso anno), e naturalmente a Evan Rachel Wood, che rimane il perno emotivo della storia. Le musiche di Ramin Djawadi rimangono il piacevolissimo accompagnamento che già erano lo scorso anno, capaci stavolta di strizzare l’occhio alle peculiarità delle nuove ambientazioni.

Westworld rimane una trappola in cui è piacevole perdersi. Con questi cinque episodi ancora di più si ragiona in termini di worldbuilding e costruzione di una grande narrazione. Tutto diventa grande, talmente grande che difficilmente i cinque episodi restanti copriranno quanto scoperchiato. Anzi, in questo senso la seconda stagione guarda molto lontano, e ci dice che Westworld è qui per restare e farci compagnia per molto tempo.