Oliver Queen decide di rivelare pubblicamente la sua identità segreta di Green Arrow, pur di trovare nella polizia federale un valido alleato per riuscire a liberare Star City dalla morsa di Ricardo Diaz.

Mentre il Team Arrow e l’FBI attaccano tutti gli alleati del “Drago”, ecco che quest’ultimo sembra avere un ultimo asso nella manica, pronto a essere giocato.

Va in scena quella che potrebbe essere la battaglia finale dei protagonisti, le cui conseguenze vanno a cambiare le cose per tutti coloro che riescono a sopravvivere.

Tra mille difficoltà e momenti di stanca, la sesta stagione di Arrow è finalmente giunta a conclusione. Life Sentence è un episodio dignitosissimo e un degno season finale: con un trittico di capitoli finali abbastanza entusiasmanti, lo show è stato capace di risalire la china, regalandoci una bella conclusione che ha davvero rimescolato le carte, in attesa della settima stagione della serie TV dedicata all’Arciere di Smeraldo della DC Comics.

Come è stato possibile, quindi, riuscire a ritrovare la potenziale quadra di uno show che in questa annata ci era sembrato sempre più alla deriva? La risposta può sembrare semplice, ma in realtà nasconde molteplici insidie: tornare alle origini. Uno degli aspetti che ci sono sembrati più evidenti nella seconda parte della sesta stagione di Arrow  – tolto di mezzo il machievellico (e disfunzionale ai fini della storia) Cayden James, portando al centro del palcoscenico Ricardo Diaz come main villain – è stato quello di far tornare il protagonista ai suoi primi giorni come vigilante mascherato. Complici molteplici fattori, Green Arrow si è trovato di nuovo da solo, (re)imparando a contare su se stesso. Al centro della narrazione, dunque, è tornato proprio il tema dell’identità segreta dell’eroe, già più volte minacciata: nonostante tutto questo potesse apparirci come il più classico degli specchi per le allodole, ecco che invece tale verità è stata rivelata, pubblicamente. Non si potrà più tornare indietro, e lo status quo di Oliver Queen è cambiato per sempre: tutto questo desta molta curiosità in vista della prossima stagione.

Veniamo ora al villain: Diaz si è rivelata la più naturale evoluzione del Prometheus visto nella scorsa annata dello show. Un villain lineare e semplice nella sua caratterizzazione, ma anche estremamente coerente nel mettere in atto il suo piano e portarlo fino in fondo. In Dragon pesano meno le motivazioni personali, la sua mente è proiettata in avanti anziché guardare al passato: con grandi capacità tattiche e programmatiche, il criminale ha messo sotto scacco i vigilanti di Star City, costringendo Oliver a fare l’unica mossa possibile per poter avere una chance di vittoria. Vittoria che sì c’è stata, ma che non ha tolto Diaz di mezzo per sempre. Anzi, potrebbe solo averlo reso più pericoloso.

Anche in questa stagione, c’è stato un sacrificio, quello di Quentin Lance. Potevamo già aspettarci la morte di questo personaggio, dato che diversi giorni fa era stato annunciato che l’attore che lo interpreta(va) – Paul Blackthorne – non sarebbe tornato per il prossimo anno. Dunque, al netto di un effetto sorpresa esiguo e di una morte anche banale nelle sue dinamiche – avviene fuori scena – la scomparsa dell’ex Capitano del SCPD è stata sentita, ma soprattutto si è rivelata funzionale alla trama e potenzialmente anche catalizzatrice di una rivisitazione stabile e funzionale del personaggio di Black Siren.

In termini di storytelling e messinscena, Life Sentence viaggia su buoni livelli. A una storia lineare e non proprio sorprendente fa da contraltare una coerenza narrativa di fondo che riesce a chiudere discretamente bene tutti i filoni narrativi principali, dalla riunione del Team Arrow, al destino di Oliver. Un ritorno al passato è riscontrabile anche a livello scenografico e coreografico: si torna a combattere al chiuso, in edifici ampi e oscuri, o sui tetti, e gli scontri sono ben orchestrati ma soprattutto decisamente secchi e violenti, proprio come lo show ci aveva abituato all’inizio. Tutto questo è cosa buona.

Dunque, alla fine, la sesta stagione di Arrow, a nostro giudizio (nonostante le nostre aspre critiche passate) riesce a strappare una sufficienza piena, grazie a uno sprint decisivo quanto inaspettato. C’è una discreta curiosità per la prossima stagione, viste le premesse.

In termini di riferimenti ed easter egg ai fumetti DC Comics, la possibile coesistenza di due diversi Freccia Verde, è pienamente canonica in termini di continuity. Nell’Universo DC originale, infatti, vi è stato un momento in cui sia Oliver Queen che suo figlio Connor Hawke utilizzavano lo stesso nome di battaglia. Lo stesso principio si è applicato per svariati eroi, da Batman a Superman, da Lanterna Verde a Flash.

In Life Sentence vengono nominati per la prima volta – e mostrati di spalle in coda all’episodio – i Longbow Hunters, gruppo di criminali creato da Jeff Lemire e apparso per la prima volta sulle pagine di Green Arrow #31 (2014): questo è composto dallo stesso Diaz, oltre che da Brick, Falena Assassina, Dardo Rosso e Conte Vertigo. Ciò che unisce questi villain è l’odio nei confronti di Freccia Verde. Nell’Arrowverse, invece, i Longbow Hunters sono presentati come una specie di antico mito su degli assassini inarrestabili e creduti morti da decenni. Ne sapremo qualcosa di più nella prossima stagione.

Infine, la prigione in cui Oliver viene richiuso è chiamata Slabside Maximum Security Prison. Nei fumetti della DC, questo carcere, meglio noto come Slab, è una prigione per metaumani apparsa per la prima volta sulle pagine di Green Lantern #51 (1994).