L’episodio della scorsa settimana di The Handmaid’s Tale ci aveva lasciato con qualche perplessità sul possibile futuro della serie e della sua protagonista: fino a che punto sarebbe stato possibile sopportare di continuare a guardare una Difred sconfitta, in balia degli eventi e senza la forza di reagire, senza che lo stato quasi catatonico nel quale era caduta non ci venisse a noia?
Se avevamo già avuto modo di vedere la June ribelle e la Difred sottomessa, cosa ci aspettava da qui in avanti? Nonostante queste preoccupazioni, gli autori sono riusciti ancora una volta a sorprenderci facendo di Seeds un episodio inaspettato proprio perché riesce a ridare vita alla trama suggendo dall’unico spunto possibile, al quale – in parte – avevamo peraltro già fatto riferimento sempre nella recensione della scorsa puntata, e cioè il rapporto di June con la creatura che porta in grembo.

Ma prima di arrivare a parlare di quella che segna sostanzialmente la fine dell’episodio, il risveglio di June, teniamo traccia di ciò che accade nel resto della puntata e di come, ancora una volta, Gilead riesca a macchiarsi di un nuovo, inaspettato crimine vestito da una solenne cerimonia dallo strano nome di Prayvaganza, in cui assistiamo ad un matrimonio di gruppo tra diversi fidati servitori di Comandanti, tra cui – non a caso – Nick ed alcune adolescenti cresciute e preparate proprio per questo compito dalle proprie famiglie e introdotte al loro nuovo ruolo nella società come agnelli sacrificali, con il sorriso della loro giovinezza ed inconsapevolezza.
Come abbiamo spesso sottolineato riguardo questa serie, uno degli aspetti forse più raccapriccianti, oltre ovviamente alle continue violenze perpetrate sulle donne, è l’abilità di questo regime nel creare un clima del sospetto in cui nessuno è salvo e tutti imparano a vivere guardandosi le spalle, un aspetto che si fa persino più agghiacciante quando a fare da carnefici sono donne contro altre donne, proprio come nel caso di Serena Joy.

Il personaggio interpretato da Yvonne Strahovski, come la Zia Lydia di Ann Dowd che, a buon titolo, ha vinto un Emmy come attrice non protagonista per il suo ruolo, sono l’esempio principe del livello di brutalità che alcuni esseri umani possono raggiungere, persone che peraltro non hanno nemmeno dalla loro parte la difesa della loro stessa stupidità per giustificare le proprie azioni. Come ormai ben sappiamo, Serena Joy è stata per esempio una delle promotrici di questo regime, finendo poi per rimanere prigioniera della sua stessa iniquità, è quindi una donna intelligente che non può non avere una morale o un metro di giudizio che le faccia distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato e che nonostante questo si macchia dei peggiori crimini, proprio come la Zia Lydia.
E’ interessante constatare come in questo episodio ci venga mostrata una sorta di lotta intestina tra la ferrea volontà di ciascuno di questi due personaggi, senza che tuttavia ci venga rivelato chi tra le due, la moglie o la Zia, sia superiore in grado per le leggi di Gilead ed è evidente come Serena Joy, che non ha altra scelta se non quella di sottostare alla volontà di un marito meno intelligente e “degno” di lei, abbia un moto di ribellione – invece – proprio nei confronti dell’invadente Zia Lydia, che si aggira per la sua casa interferendo nel rapporto con la sua Ancella, sbandierando dei privilegi che a lei non sono concessi (l’uso di una matita!) e permettendosi persino di minacciarla velatamente nel caso in cui non smetta di fumare, per il bene del bambino. Ovviamente.

Seeds è un’autentica fucina di non detti, dallo scontro tra Serena Joy Zia Lydia, al risveglio dell’orgoglio del Comandante Waterford il quale, improvvisamente, si scopre intollerante nei confronti di Nick, dimostrando di sapere molto più di quanto non immaginassimo e cercando prima inutilmente di liberasi di lui con una promozione e poi facendo in modo di coinvolgerlo nella cerimonia della Prayvaganza e dandogli una moglie bambina che, ovviamente, Gilead si aspetta sia messa incinta prima di subito.“Emily: Arriviamo qui, lavoriamo, moriamo.”

In un perfetto contrasto tra quanto avviene a casa Waterford, l’episodio ci porta di nuovo tra le non-donne, dove Emily e Janine affrontano le privazioni di un’esistenza impossibile da concepire con un approccio completamente diverso: la prima dominata da una rabbia cieca e sorda, che le concede di continuare a svegliarsi ogni mattina senza impazzire e la seconda con un atteggiamento giulivo ed apparentemente inopportuno, grazie al quale riesce persino ad organizzare un improbabile matrimonio tra due compagne di lavoro poco prima che una delle due muoia a causa degli stenti e delle radiazioni.
E’ interessante come i due eventi: la sontuosa cerimonia in cui Nick prende moglie e quella nelle Colonie abbiano finalità tanto diverse: la prima è solo la celebrazione dell’ennesimo, distorto modo di Gilead di incatenare uno dei suoi cittadini alle sue tradizioni, mentre la seconda è un raggio di speranza dove la speranza non esiste. Nonostante infatti i tentativi di Emily di far rinsavire Janine dalla sua delirante felicità, accusandola di aver allestito la cerimonia come solo un pazzo farebbe con il mattatoio nel quale le mucche sono portate al macello, la disarmante risposta di quest’ultima “le mucche non si sposano“, per quanto insensata, finirà per fare breccia nel cuore di Emily.
Cosa è più folle, d’altra parte, in quanto non-donne? Cercare una forma di fugace gioia dove esiste solo dolore o farsi dominare dalla rabbia, quando non si hanno comunque altre speranze e finendo per cedere ai propri aguzzini anche quell’infinitesimale parte di umanità rimasta in sé?

In tutto questo, ovviamente, non possiamo dimenticare la robotica e superba interpretazione di Elisabeth Moss che con i suoi “sì, signora Waterford” e “no, signora Waterford” è diventata ufficialmente l’ombra di se stessa. Non è chiaro – supponiamo sia lasciato aperto all’interpretazione dello spettatore – il motivo per cui, accorgendosi delle prime perdite e del fatto che la propria gravidanza sia a rischio, Difred tenga per sé il segreto, come non ci è dato sapere se, quando Nick la ritrova svenuta in giardino e ricoperta di sangue, lei abbia tentato di suicidarsi o si sia trascinata sotto la pioggia, sebbene propendiamo per la prima ipotesi, considerato quanto dice appena si risveglia in ospedale.
Ciò che è interessante è però constatare come, persino quando tutte le speranze sono ormai morte e anche lo spirito più forte sembra spezzato, l’animo umano riesca comunque a trovare una ragione per non arrendersi e non cedere di fronte all’orrore. Che fosse voluto o meno, il silenzio di Difred di fronte alle sue condizioni di salute, è a tutti gli effetti una forma di ribellione, chi – dopotutto – che non avesse subito un lavaggio del cervello o non avesse mai conosciuto altro che la società in cui vive, accetterebbe di mettere al mondo un figlio in un luogo come Gilead per vederselo comunque strappare e condannarlo, o condannarla, ad un’esistenza orribile?
Era intuibile che il fatto che gli autori non avessero ancora affrontato la questione del rapporto della protagonista con la sua gravidanza, significava solo che questo tema avrebbe avuto un’importanza essenziale in questa stagione e così infatti è stato. June si è risvegliata in quella stanza di ospedale e preferisce morire, piuttosto che sacrificare un altro figlio sull’altare di Gilead e noi non non possiamo che attendere, con impazienza, quello che da qui in avanti questa serie ci riserverà.

La seconda stagione di The Handmaid’s Tale va in onda negli Stati Uniti ogni mercoledì su Hulu, mentre in Italia gli episodi inediti sono trasmessi ogni giovedì, a sole 24 ore dalla première americana, in esclusiva su TIMVision.