La serie Tredici, sfruttando bene il romanzo di Jay Asher da cui era tratta, era riuscita a proporre un ritratto duro, ma realistico, dei problemi degli adolescenti e ad affrontare senza troppi filtri la complessa tematica del suicidio. La scelta di proseguire la narrazione, resa evidente dai vari cambiamenti compiuti nella storia, appariva in parte giustificata dal desiderio di continuare a offrire degli spunti di riflessione sugli ostacoli che affrontano i teenager e i loro genitori nella società contemporanea e dall’altra da un semplice calcolo sui benefici legati alla continuazione di uno show che aveva ottenuto un’ampia risonanza mediatica, dividendo inoltre la critica e il pubblico. La visione dei tredici episodi inediti, purtroppo, rende evidente come le esigenze narrative siano state messe in secondo piano, preferendo concentrarsi su un contenuto che prova, senza riuscirci, ad approfondire moltissimi temi che spaziano dalla violenza sessuale al bullismo, e dall’omofobia all’uso delle armi, trasformando radicalmente il racconto passando dalla prospettiva della vittima a quella dei suoi “carnefici”.

La narrazione riprende mesi dopo l’ascolto da parte di Clay (Dylan Minnette) delle cassette, svelando le conseguenze del racconto di Hannah Baker (Katherine Langford). La madre della ragazza, Olivia (Kate Walsh), ha deciso di fare causa ai responsabili della Liberty High School per non aver saputo proteggere la figlia e non aver preso provvedimenti di fronte ai comportamenti negativi tuttora in atto tra le mura del liceo. Clay ha iniziato una relazione con Skye (Sosie Bacon), rapporto tormentato letteralmente dal fantasma dell’amata Hannah, mentre tutte le persone chiamate a testimoniare nel processo – tra cui Tyler (Devin Druid), Jessica (Alisha Boe) e Zach (Ross Butler) – ricevono messaggi intimidatori prima di presentarsi in tribunale. Bryce (Justin Prentice), nonostante la confessione ottenuta da Clay in uno dei momenti più drammatici della prima situazione, è tornato alla sua quotidianità di sempre, mentre le vite di Justin (Brandon Flynn) e Alex (Miles Heizer) sembrano essere cambiate per sempre.

Il problema principale della seconda stagione, soprattutto per chi aveva apprezzato il romanzo da cui era tratto il progetto, è la scelta di rivalutare tutte le persone che hanno rappresentato uno dei motivi per cui Hannah ha deciso di suicidarsi, approfondendone i problemi personali, le debolezze, le insicurezze e il senso di colpa. La forza della narrazione originale era quella di ribadire in modo alle volte troppo drammatico, ma efficace, che ogni scelta personale può avere delle conseguenze imprevedibili sulle altre persone, non sapendo in realtà cosa stanno affrontando e la loro situazione oltre le apparenze. Senza falsi moralismi e pietismi, la voce di Hannah univa tutti i tasselli che l’avevano portata a non vedere più una possibile via d’uscita, con la consapevolezza di non essere a conoscenza di molte delle ragioni per cui i suoi compagni di classe ed ex amici si erano comportati in modo deplorevole nei suoi confronti e la certezza che non fossero consapevoli di quello che stavano realmente facendo, ma con il desiderio di far capire l’impatto che i gesti e le parole avevano avuto su di lei. Le tredici puntate inedite spazzano via questa idea di dare voce a chi ha subito dei torti per immergersi ancora di più nelle giustificazioni dei “colpevoli”, inserendoli in un contesto che sicuramente li rende più umani, ma annulla il coinvolgimento emotivo con la storia del personaggio interpretato, in passato con grande bravura, da Katherine Langford. Le rivelazioni fatte in tribunale e i flashback che riguardano la ragazza la riportano all’interno degli stereotipi delle teenager contemporanee, enfatizzandone un’ingenuità che appare fin troppo sopra le righe e rendendo il suo gesto quasi ingiustificabile e assurdo considerando un passato che si rivela ben più ricco di esperienze e di rapporti umani rispetto a quanto potesse apparire. Tredici, con la prima stagione, aveva avuto il merito di spiegare perché alcuni ragazzi giungono alla conclusione che uccidersi sia l’unica soluzione ai loro problemi, elemento discutibile ma importante da affrontare, distruggendo ora questo elemento centrale con storie in cui la sua quotidianità appare come la meno problematica e più “normale” messa a confronto con quella degli altri adolescenti coinvolti. Il grande impatto emotivo causato dalla banalità del male si stempera così in racconti iper drammatici di incomprensioni in famiglia e legami emotivi con le persone sbagliate, di desideri di essere accettati e reazioni suscitate a propria volta da atti di bullismo. Gli autori sicuramente riportano i ragazzi in una dimensione meno colpevolizzante e più vicina alla realtà per eliminare la distanza tra buoni e cattivi ma, così facendo, rendono quasi impossibile immedesimarsi con il dolore di Hannah, ritrovandosi in più punti a dare ragione alla difesa del liceo. Ribadire ai giovani spettatori che il suicidio non è la soluzione è giusto e doveroso, trasformare i tredici motivi della protagonista in un semplice espediente per condannare l’estrema decisione si allontana però dallo scopo originale in modo talmente netto da risultare incomprensibile, in particolare tenendo in considerazione i problemi di continuità rispetto alle due versioni della storia.

Nelle nuove puntate, per far proseguire il racconto, si è deciso di inserire un nuovo mistero legato ad alcune foto che rivelano un altro lato oscuro della vita degli studenti del liceo Liberty, eppure l’elemento che dovrebbe rappresentare uno degli elementi portanti della struttura narrativa appare quasi scontato e non in grado di sorprendere o sconvolgere. I personaggi inediti introdotti, inoltre, sono delineati in modo approssimativo e non aggiungono in realtà nulla alle dinamiche già esistenti tra i personaggi principali.

La stagione, senza entrare nei dettagli relativi al contenuto dei flashback, rivela nuovi lati di tutti i giovani protagonisti e dà maggior spazio ai loro genitori. L’esperienza di Jake Weber e Brenda Strong, e di Mark Pellegrino e Meredith Monroe non viene però sfruttata al meglio e tutti gli adulti si ritrovano ad avere la parte di persone in crisi nel provare a trovare un modo per confrontarsi con i figli e a ottenere la propria fiducia, e Kate Walsh non ha a disposizione del materiale che le permetta di andare oltre la figura di una madre in lutto con una performance efficace, ma poco sentita.
I giovani interpreti devono invece fare i conti con situazioni volutamente portate all’estremo, tra violenza fisica e psicologica e dipendenze di vario tipo, spesso apparendo poco naturali mentre i loro personaggi compiono un’evoluzione destinata, verso la fine di questo capitolo della storia, a compiere molti passi indietro. Brandon Flynn, in particolare, deve inoltre gestire un Justin che ha compiuto una vera e propria discesa agli inferi, riuscendo però a gestire la sua espressività nel modo giusto.

A venir penalizzati sono invece Langford e Minnette che, dopo una stagione in cui avevano brillato, hanno a disposizione battute e situazioni che in più occasioni appaiono persino ridicole, soprattutto per quanto riguarda Clay e i suoi tentativi di superare il trauma causato dalla morte di Hannah. Katherine, così efficace nelle prime tredici puntate, deve interpretare sequenze costruite seguendo gli schemi stereotipati da teen drama adolescenziale, mentre Dylan è ingabbiato nella parte da bravo ragazzo che vorrebbe fare la cosa giusta, risultando eccessivamente sciocco e inconsapevole della realtà. Le loro due performance passano da ricche di sfumature e vulnerabilità a un’immaturità eccessiva, perdendo poi di vista l’importanza del legame esistente tra Clay e Hannah, in questa occasione sfruttato senza particolare cognizione di causa o trasporto emotivo.

La seconda metà della stagione, tra rivelazioni e contenuti espliciti, conduce a un epilogo che, purtroppo, sembra ideato esclusivamente per annunciare la continuazione della storia, ignorando l’assurdità che contraddistingue gli ultimi minuti della stagione.
La puntata conclusiva si distingue, in negativo, fin dai primi minuti in cui si abbattono i confini tra finzione e messaggio sociale, quasi volendo cavalcare l’onda delle polemiche per ribadire le proprie intenzioni degne di lode, ottenendo però un risultato quasi sconfortante.
A causare il maggior dispiacere è il fatto che Tredici sembra aver compiuto dei passi indietro nella rappresentazione del mondo adolescenziale ancorandosi sulla scelta di ampliare le tematiche affrontate, ma rimanendo sulla superficie di ogni problematica, scivolando negli stereotipi e nella prevedibilità. Dopo aver condotto gli spettatori con bravura nella mente e nella vita di Hannah Baker, lo show ora si è trasformato in un teen drama convenzionale che sfrutta però la libertà concessa dalla piattaforma di streaming per proporre un approccio più adulto e senza censura agli eventi e alle situazioni. Il team guidato da Brian Yorkey in più passaggi riesce a trovare la giusta chiave di lettura per spiegare i drammi vissuti dai teenager, scene però che perdono di forza e valore all’interno di un contesto che punta tutto sul tentativo di suscitare delle reazioni emotive. A livello tecnico, grazie a una regia piuttosto attenta e un ottimo uso della colonna sonora, Tredici riesce ancora a distinguersi in positivo rispetto ad altri prodotti che si rivolgono a un target prevalentemente composto da teenager, tuttavia la qualità degli script è diminuita progressivamente, e nemmeno provare a umanizzare il “villain” Bryce riesce a far uscire le situazioni e le battute dalla catena di stereotipi e di prevedibilità che contraddistingue le tredici puntate.

Chi apprezza i tormenti adolescenziali riuscirà a lasciarsi coinvolgere anche dalla seconda stagione, ma le buone intenzioni che animano il progetto e la voglia di dare vita a un dialogo costruttivo, provando a rimediare alle critiche negative ottenute nelle prime puntate, risultano talmente evidenti da rendere l’insieme poco realistico e troppo costruito su schemi ideati per sfiorare tutte le tematiche sociali rilevanti, perdendo in questo modo di vista la semplicità che rendeva fattibile provare empatia per i personaggi. Netflix, quasi sicuramente, continuerà a cavalcare l’onda del successo ottenuto dal debutto della serie, e non resta che sperare in un netto cambiamento nell’approccio alla narrazione per non far dimenticare il buon lavoro compiuto inizialmente nel raccontare la storia di Hannah Baker.