C’è Emanuele Crialese alla regia di In the Name of the Father, ottavo episodio stagionale di Trust. E si respira, a partire dalla mano del regista, moltissima Italia in questa puntata diversa dalle altre. La notizia è che una delle nuove più importanti serie dell’anno ha tagliato completamente fuori Donald Sutherland, Hilary Swank e Brendan Fraser. Al loro posto ha proposto un intero episodio in siciliano. Se esiste una fotografia netta dello stato attuale delle potenzialità televisive è questa. La capacità di andare oltre il limite, assoggettando le corde della trama a sperimentazioni varie. Questa è la grande possibilità della televisione, forse ciò che la contraddistingue davvero dal cinema. L’episodio in questione ne è l’emblema più chiaro.

Dimentichiamo il fronte americano e dimentichiamo per buona parte della puntata anche il riscatto e la prigionia di Getty. Il contesto è quello familiare, del giorno di festa per la Cresima di Leonardo, figlio di Francesco. C’è un racconto di formazione gestito dall’alto alle spalle della storia. L’idea che Francesco ha dell’educazione del figlio, un ragazzo cresciuto per diventare un uomo diverso, onesto, che studierà e si allontanerà da questo ambiente. Simbolicamente e narrativamente le corde dell’ambiente criminale ricadono sulle aspirazioni dei padri nei confronti dei figli. Durante tutti i festeggiamenti, che ricorderanno sicuramente a molti l’attacco del Padrino, ma sono anche molto debitori dei primi minuti dei Cento Passi, aleggia il fantasma di Getty.

Altre corde, altre limitazioni, e infine ancora una volta le colpe dei padri che ricadono sui figli. Il racconto di formazione giunge, ma per canali ed eventi diversi da quelli attesi. È il giovane Leonardo a prendere su di sé la responsabilità dell’agire, salvando la vita alla persona rapita. Qui c’è una grande licenza poetica nel momento in cui è Getty a chiedere che gli venga tagliato l’orecchio. Tutto è molto romanzato e funzionale al senso della trama, prendere o lasciare. Ciò che ci interessa è l’ovvio collegamento con la scena d’apertura dell’episodio, il padre che spinge il figlio a uccidere l’agnello (“sacrificale”, logicamente).

Qui non sarà il padre ad armare la mano del figlio, ma è tutto un ambiente a regalare lui il pugnale da usare per sporcarsi le mani. C’è anche un grande lavoro sulla costruzione del momento che dura per tutto l’episodio, con i vestiti bianchi di Leonardo, molto importanti, che si tingono di rosso. Ancora una volta, come per i Getty, in altre ambientazioni, seguendo altre forme del linguaggio, è la maledizione della famiglia dalla quale non si può fuggire e che ricade sui più giovani. Più che ciò che racconta, e che come molto di questa stagione poteva essere riassunto brevemente o addirittura saltato, Trust trionfa nelle forme e nei simboli.

Oltre all’intera idea di proporre un intero episodio in italiano (davvero, ci sorprendiamo per il giapponese di Westworld, ma questo è altrettanto forte), l’episodio è una parentesi ispiratissima e compiuta. Trust tra le altre cose mantiene la capacità di tratteggiare con abilità i personaggi secondari, appoggiandosi volentieri a questi piuttosto che agli ovvi protagonisti. Non c’è proprio nulla di ovvio in questa serie.