Quello che non viene spiegato nella puntata di questa settimana di The Handmaid’s Tale e che rimane, di fatto, un mistero, è il motivo per il quale i rappresentanti del governo canadese abbiano sentito la necessità di invitare gli Waterford in rappresentanza di Gilead per aprire con loro un canale diplomatico. La scarna spiegazione di Fred, che accenna al fatto che l’attentato sia stato in qualche modo la ragione scatenante che ha portato a questo incontro, non ci ha convinto molto: il Canada dopotutto è il luogo dove si raccolgono i rifugiati di Gilead, persone come Luke o Moira scampate – se non alla morte – ad un destino certamente peggiore, per quale ragione quindi il governo di questo paese ha sentito l’esigenza di avvicinarsi al regime confinante, pallido e triste ricordo di quella che una volta era l’America? Sebbene non venga data una risposta logica a questo interrogativo, il soggiorno di Serena Joy e Fred avrà comunque conseguenze significative, sia per chi è partito che per chi, come June, è invece rimasto a casa.

E’ peraltro curioso che questo incontro nella serie sia avvenuto proprio quando, nella realtà, abbiamo appena assistito ad uno scontro aperto tra il Primo Ministro canadese, Justin Trudeau ed il meteoropatico Presidente americano Donald Trump, il quale ha lasciato il G7 dando del “debole e del disonesto” proprio al rappresentante del Canada. Gli dei della TV non avrebbero potuto immaginare una coincidenza più azzeccata nemmeno se si fossero impegnati a crearla appositamente, dimostrando quanto questa serie, se pur con i suoi eccessi, sia spaventosamente attuale.

Come avevamo in parte previsto la scorsa settimana, il dormiente Canada acquisisce quindi un ruolo importante, non solo per le reazioni dei protagonisti a questa visita diplomatica, ma anche perché, per la prima volta dall’inizio della serie (con il Messico le cose erano andate decisamente molto meglio per gli Waterford), il regime sembra attrarre su di sé quel genere di pubblicità negativa che nella sua austera eleganza, ha sempre cercato di evitare e tutto grazie ad un fascio di lettere che ci portiamo dietro dalla prima stagione (sia lode alla continuity) e che racchiudono tutto il dolore e la disperazione delle donne di Gilead.
E proprio come Women’s Work anche Smart Power è un episodio fortemente Serena Joy-centrico, particolarmente importante per questo personaggio alla luce di quanto accaduto tra lei ed il marito. Dal modo in cui la donna sussulta, all’inizio della puntata, quando Fred le sfiora una spalla all’interno della loro serra, è evidente che le cinghiate della volta scorsa non sono affatto un lontano ricordo. Ciò nonostante Waterford ha bisogno di lei, perché “i canadesi pensano che le donne siano oppresse e senza voce” e loro devono smentirli, mostrando loro di che pasta sia fatta una moglie di Gilead e nonostante Difred sia ormai entrata nell’ultimo trimestre e Serena avrebbe preferito di gran lunga stare con lei e ben lontana dal marito, quest’ultimo pretende che lei lo segua, consapevole di quanto la sua voce conti.

Come abbiamo già accennato Serena Joy è forse uno dei personaggi più interessanti della serie perché è anche il più ambiguo, il più inafferrabile, colei che ci spinge a gridare contro la televisione chiedendoci come una donna così colta ed intelligente riesca a guardarsi allo specchio e la stessa per la quale proviamo un moto di pietà quando ci rendiamo conto che anche lei, in parte, è vittima della stessa ragnatela che ha tessuto intorno agli altri.
Questa duplicità continua ad essere centrale anche in Smart Power quando Serena riceve il programma del suo soggiorno, rigorosamente non scritto, ma pieno di figure, perché non le è concesso leggere, quando – attraverso il finestrino della macchina – guarda con espressione di indubbio rimpianto la vita scorrere nella città di Toronto, con donne che lavorano, ridono per strada ed usano il cellulare, fino a culminare nell’incontro serrato con un rappresentante del governo americano o di ciò che ne è rimasto.
Anche in questo caso The Handmaid’s Tale cede il passo della logica al contenuto: Serena Joy, infatti, vaga da sola e senza scorta all’interno dell’hotel che ospita il summit ed approda in un bar, un luogo che le sarebbe precluso in patria, nel quale incontra Mark Tuello, l’uomo che le proporrà un patto scellerato. un biglietto di sola andata per la libertà nelle Hawaii e la possibilità di avere un figlio tutto suo grazie ai passi avanti fatti dalla ricerca, quella stessa che sembra aver dimostrato che il problema del calo delle nascite non è tanto da attribuire alle donne, alle peccatrici, quanto agli uomini.

Serena Joy: “Se avesse fatto ricerche più accurate, saprebbe che non tradirei mai il mio paese“.
Mark Tuello: “Pensavo lo avesse già fatto“.

Sono parole brutali quelle che si scambiano Serena Joy e Tuello, affilate come coltelli eppure appena sussurrate, mascherate da una piacevole e civile conversazione tra un uomo ed una donna in un bar, entrambi di bell’aspetto, proprio come fossero una coppia ad un primo appuntamento. Serena non cede, ovviamente, ma la tentazione è forte, lo ascolta, prende le sigarette che lui si lascia dietro e ci pensa. Per un attimo lascia indugiare la mente e mentre le sue labbra lo rimproverano dicendogli che non gli sta offrendo null’altro di interessante se non il tradimento e qualche noce di cocco, è evidente che è tentata, sia in quel momento che quando rientra a Gilead, dopo aver subito l’attacco dei canadesi ed essere stata cacciata con suo marito dal paese.
Come era previsto, anche l’umiliazione della scorsa settimana subita di fronte a Difred sortisce un effetto: Serena Joy non vuole e non può permettersi di essere compatita e per questa ragione le comunica senza mezzi termini che appena nata la bambina lei dovrà lasciare la loro casa, rifiutandosi di farla rimanere fino allo svezzamento come normalmente è richiesto alle Ancelle.

La notizia, inevitabilmente, coglierà June di sorpresa e per un momento cercherà di protestare, ma il lungo tempo trascorso nei panni della schiava le ha anche insegnato a non sprecare le energie per qualcosa contro cui è sostanzialmente impossibile combattere e così, a modo suo, cercherà una soluzione e delle alleate che possano proteggere la sua creatura. La paura più grande di June, come quest’ultima rivelerà sorprendentemente a Zia Lydia, è che un uomo capace di abusare di una donna (ed in questo caso si riferisce a Serena, non tanto a se stessa) potrebbe fare del male anche ad un bambino, motivo per cui – proprio come aveva fatto poco prima con Rita – chiederà a questa donna tanto coriacea e apparentemente priva d’animo di proteggere la sua creatura una volta che se ne sarà andata, aprendo incredibilmente una breccia nel suo cuore, tanto che per un attimo Zia Lydia si lascerà persino andare ad una confidenza personale, ricordandoci dolorosamente come tutti abbiano una storia. Anche i mostri.
Pensare a loro come esseri abietti, completamente incapaci di sentimenti umani renderebbe più facile odiarli, ma il mondo non è mai colorato di bianco e nero o, in questo caso, di verde petrolio delle Mogli, grigio delle Marte e rosso scarlatto delle Ancelle, il mondo è una tavolozza e trova spazio per uno spiraglio di umanità persino in un’anima apparentemente perduta.

Il dado è tratto dunque, Luke e Moira hanno avuto l’occasione unica di guardare in volto le persone che più odiano ed il mondo ora sa.
Sa cosa accade davvero a Gilead per averlo sentito dalla voce stessa delle sue vittime, così come June sa che lì fuori c’è qualcuno che la ama, la pensa e combatte con e per lei, che non ha smesso di sperare. Quando Nick, al ritorno dal Canada, le racconta quanto è successo al nord: di suo marito, di Moira che non solo è viva, ma in salvo e della forte reazione della gente alle lettere che aveva così rischiosamente e gelosamente conservato, June assapora di nuovo il gusto della ribellione e quello dolce-amaro della speranza e tornerà ad essere se stessa e a combattere.

La seconda stagione di The Handmaid’s Tale va in onda negli Stati Uniti ogni mercoledì su Hulu, mentre in Italia gli episodi inediti sono trasmessi ogni giovedì, a sole 24 ore dalla première americana, in esclusiva su TIMVision.