Da fenomeno attesissimo Westworld si è trasformato lentamente in serie per addetti ai lavori e appassionati di ferro. Nulla di male in questo. Legion è una serie di supereroi pensata per una nicchia di spettatori, e parla un linguaggio completamente diverso rispetto agli altri prodotti del genere sul piccolo schermo. In molti ormai conoscono Donald Glover, ma rimane il fatto che Atlanta, con le sue sperimentazioni, non entrerà mai nel linguaggio comune. Ma Westworld non doveva essere questo, doveva essere la nuova grande narrazione da salotto e da bacheca Facebook (che ormai equivale a dire la stessa cosa). Ora, a due episodi dalla fine della stagione, e dopo una puntata così particolare, per quanto apprezzabile su molti livelli, come Kiksuya, ci chiediamo cosa effettivamente Westworld mira ad essere.

C’è una storia che si vuole raccontare, e lo si fa. Contro tutte le pressioni della trama più grande e i conflitti rimasti aperti. L’episodio per certi versi è in netta opposizione con il precedente, che con la sua mole di eventi aveva la carica drammatica e il peso narrativo di un season finale. Trova un suo senso allora nel far respirare la trama e permettere agli altri personaggi di spostarsi in altri luoghi, anche solo a livello di percezione dello spettatore. Protagonista assoluto è Akecheta, il capo indiano, personaggio oscuro e inafferrabile al pari degli altri robot della Ghost Nation. Sui loro obiettivi storici e sul loro passato fa luce la puntata, che copre un lungo arco temporale.

Questione di sensibilità, ma anche in questo caso la storia di Akecheta ci colpisce più a livello simbolico che drammatico. È molto interessante l’idea della creazione di una mitologia all’interno della tribù che deriva da visioni dell’Oltre e da confronti occasionali con divinità. Akecheta è davvero l’uomo radicato nella sua terra che cerca risposte alle grandi domande, e lo fa a basandosi sugli strumenti che ha a disposizione. C’è un’idea di morte oltre la quale si nasconde un mondo più vero, l’unico forse nel quale è possibile ricongiungersi con l’amore della propria vita. C’è una voce segreta che parla nella mente, quella tipica del prescelto della tribù in contatto con la “divinità”. E, attibuto più umano non potrebbe esserci, c’è la voglia di andare oltre ogni limite prestabilito, trovare una porta e varcarla per trovare un senso al mondo.

Se Westworld ha parte del DNA di Lost, Akecheta è il Desmond della situazione, il jolly che ha il dono della visione, che ha vissuto gran parte della sua storia in mezzo agli altri, ma su un piano diverso, anche lui nel tentativo di riabbracciare la persona che ama. Tutto questo è interessante, soprattutto nello slittamento finale che rivela il legame con Maeve e la figlia e il senso del racconto di Akecheta. Che poi la portata dell’episodio sia una delle più grandi – raramente abbiamo visto così ben valorizzati gli scenari – è solo una delle considerazioni dietro una serie che fa degli alti valori produttivi un marchio distintivo.

In mezzo al grande caos di idee e racconto che è la seconda stagione di Westworld, Kiksuya, pur nella sua particolarità, emerge come un’isola più serena e contenuta, nella quale ci si può perdere ed è più difficile sbagliare.

Considerazioni sparse:

  • Kiksuya vuol dire “ricorda”.
  • Akecheta e Logan si erano già incontrati in passato, come sappiamo dall’episodio Reunion.
  • Ascoltiamo una nuova cover di Heart-Shaped Box dei Nirvana.
  • Viene spiegato da un punto di vista più “tecnologico” il potere di Maeve. Si tratta di passare comandi attraverso la rete utilizzata normalmente per scambiare dati.