Final Space sembra ideata per accogliere gli orfani di Futurama. In realtà, così tanti e così palesi saranno i riferimenti alla space opera e alla fantascienza in generale, che sarà difficile per qualunque spettatore non trovare qualcosa di familiare nella serie di Olan Rogers e David Sacks. E questo è probabilmente il limite maggiore dello show animato della TBS, distribuito a livello internazionale da Netflix. L’avventura spaziale è colorata, gioiosa, molto godibile, ma anche molto fondata su caratterizzazioni e situazioni fin troppo noti per sorprendere, nonostante qualche bel colpo di scrittura. Final Space è allora un grande calderone che omaggia, inseguendoli, gli stereotipi della space opera più “ridicolmente intelligente”. Riesce a comprenderne i meccanismi e a riproporli: alla fine non ci sarà nulla di innovativo, ma varrà la pena di aver fatto questo viaggio.

Protagonista della storia è Gary, ragazzo un po’ sprovveduto che viene condannato a scontare una lunga pena dopo aver combinato un disastro. Si trova quindi su una nave spaziale, la Galaxy-1, in compagnia del computer di bordo HUE e dell’insopportabile robot KVN. Tutto cambia nel momento in cui incontra il piccolo e tenero Mooncake. L’esserino è braccato, per motivi che capiremo presto, dal crudele Lord Commander, che perseguita l’equipaggio in giro per la galassia cercando di mettere le mani sull’alieno verde. Al gruppo si uniscono presto il soldato ribelle Avocato (ci si abitua al nome andando avanti nella serie) e la dura Quinn, di cui Gary è innamorato.

Final Space arriva da molto lontano. Nel 2010 Olan Rogers realizza un primo, grezzo prototipo di quella che sarebbe stata la serie, e lo carica sul proprio canale YouTube. Nel 2016 arriva un episodio pilota di prova, che introduce personaggi e mood della serie. Conan O’Brien lo nota, e due anni dopo la prima stagione di dieci episodi è pronta al debutto. Oltre allo stesso Rogers, che doppia il protagonista della serie (un po’ come Seth MacFarlane, che presta la voce a molti personaggi dei Griffin), nel cast di doppiatori figurano David Tennant, Gina Torres, Steven Yeun e Ron Perlman. Nel febbraio del 2018 il primo episodio debutta su Reddit. È la prima volta che si verifica un lancio del genere.

Di Final Space si può parlare anche solo accostandolo ai mille riferimenti in esso contenuti. Il primo è senza dubbio Futurama. Le dinamiche tra Gary e Quinn ricordano moltissimo quelle tra Fry e Leela (KVN potrebbe essere Zoidberg). D’altra parte la serie di Matt Groening ha un umorismo più ficcante e svalvolato, mentre Final Space è molto più focalizzata su una trama orizzontale in cui si inseriscono ogni tanto momenti grottescamente divertenti. L’idea dell’equipaggio spaziale che deve proteggere una creatura che custodisce un importante segreto richiama poi Firefly (c’è anche Gina Torres), che nonostante i suoi pochi episodi rimane un punto di riferimento centrale per la serialità americana. Qui viene inoltre ripresa l’idea dell’equipaggio inteso come famiglia disfunzionale, qualcosa che accosta la serie anche ai Guardiani della Galassia.

Dai due film della Marvel la serie assorbe inoltre l’impostazione visiva che corre lungo tutti i dieci episodi della stagione. Quella di uno spazio che deve essere il meno vuoto possibile, ma che in ogni inquadratura deve lasciar esplodere immense scie di colore. È la space opera tipicamente intesa come tale: quella delle arene desertiche su mondi lontani in cui i prigionieri si scontrano con i mostri, tipiche di Star Wars e di John Carter; quella della pura esplorazione e avventura, anche illogica, che permette, ad esempio, di lanciarsi da un pianeta all’altro; quella spericolata e colorata che cerca la pura intuizione visiva e premia la creatività (Space Dandy, Rick & Morty, Guida galattica per autostoppisti).

Detto tutto questo, Final Space riesce ad avere una sua identità. Ci riesce dopo tre puntate di assestamento, anche respingenti all’inizio. Ci riesce nonostante un paio di personaggi sinceramente irritanti e alcune battute troppo insistenti e dilungate. Funziona sulla distanza (ma è facilissimo da bingewatchare) e decolla davvero solo nella seconda metà, quando rivela anche una carica drammatica difficile da prevedere. Difficile che assuma lo status di cult che hanno moltissime altre serie animate del momento (Steven Universe, Adventure Time, lo stesso Rick & Morty), ma alla fine siamo contenti di aver fatto questo viaggio. La serie è già stata rinnovata per una seconda stagione.