Tutto ciò che si poteva chiedere alla seconda stagione di GLOW era di sfruttare le potenzialità inespresse nella prima annata. Questo è esattamente quel che la serie Netflix ha fatto. Di più, è riuscita, senza negare affatto il lavoro precedente, a ritagliarsi un’identità più definita, giocando sullo sviluppo dei personaggi prima che sullo stridere tra commedia e dramma. Il senso del grottesco, non sempre a fuoco nella prima stagione, lascia allora spazio ad un dramma compiuto, che solo per caso sembra avere la durata delle comedy o dramedy della piattaforma. Il tutto filtrato attraverso due o tre relazioni davvero ispirate nel non essere mai scontate, ma nel giocare sul filo tra respingimento e attrazione.

Le Gorgeous Ladies of Wrestling sono ancora una volta le protagoniste della serie creata da Liz Flahive e Carly Mensch. Ruth, interpretata da Alison Brie, guida il gruppo di lottatrici per caso, protagoniste dello show in onda sulla K-DTV che di settimana in settimana preparano lo spettacolo, dirette dallo scontroso regista Sam Sylva. Seguiamo le loro vite personali, legate a doppio filo con la loro identità di wrestler, le difficoltà del programma, i rapporti a volte molto burrascosi tra le protagoniste. In quest’ultimo caso è centrale il rancore tutt’altro che sopito tra Ruth e Debbie (Betty Gilpin) che dovranno ancora lavorare insieme tra compromessi e gesti di rabbia. Il tutto in una seconda stagione da dieci episodi, molto scorrevole e che promette nuovi sviluppi per una terza stagione che speriamo di veder confermata presto.

Comedy per definizione, drama per scelta, in questa seconda stagione GLOW si emancipa totalmente dal paragone inevitabile con Orange is the New Black. Jenji Kohan tra i produttori, serie al femminile, uno stridente contrasto tra leggerezza e dramma. D’altra parte, proprio dove la serie carceraria, che tornerà a fine luglio su Netflix, riesce a virare bene e spesso sulla “tragicommedia”, GLOW è più concentrata sul dramma umano. Dietro le identità assurde delle lottatrici, le pantomime sul ring, i vestiti sgargianti, c’è la volontà palese di fondare lo show sulle donne dietro le maschere, su ciò che vorrebbero essere e sui motivi che le hanno condotte, a diverso livello, a lavorare in quel settore.

Ruth è emblematica. Si tratta di un personaggio idealista, ma mai fino all’ingenuità. Il suo percorso umano è costellato da imperfezioni, ripensamenti, errori e figuracce, ma c’è nonostante tutto la voglia di rimanere fedeli a se stessi e di migliorare. Anche in questo caso, “the show must go on”. Non solo per pura necessità economica – si cerca di dare il massimo fino alla fine – ma perché si realizza che raccontare dei personaggi interessanti sul ring e far bene il proprio lavoro significa anche mettere ordine nella propria vita. Sarà così anche per Tammé, che potrebbe vergognarsi di fronte al figlio, o per Arthie e Jolanda, che scoprono un profondo affetto l’una per l’altra. Non ultima, Debbie, personaggio chiave dell’intera stagione.

Debbie potrebbe essere la villain, la donna viziata, opportunista e priva di etica. Sarebbe un buon modo per esaltare il contrasto con Ruth. E invece no. Ruth e Debbie sono sempre schierate l’una contro l’altra (perfetta l’intuizione di contrapporle anche come Zoya e Liberty Bell), ma non hanno mai completamente ragione o torto. C’è una sfuriata in ospedale che è forse il momento con la migliore scrittura di tutta la serie, ma anche una particolare storyline che riguarda delle molestie sul lavoro trattata con la giusta precisione e intelligenza. Debbie ha il suo spazio, e non è detto che lo usi per migliorare – come tutte del resto – ma in quei momenti c’è abbastanza cura per permetterci di empatizzare con lei. E tanto basta. Stesso discorso per Sam Sylva, altro personaggio apparentemente odioso, ma sul quale la serie insiste così ostinatamente, fino a farcelo comprendere.