Dopo il successo di Sherlock, Benedict Cumberbatch ritorna assoluto protagonista di un progetto televisivo con Patrick Melrose, la produzione originale, nata dalla collaborazione tra Sky e Showtime, tratta dai romanzi scritti da Edward St. Aubyn. Alla base del progetto ci sono infatti i cinque libri semi-autobiografici in cui si raccontano altrettanti decenni della vita del protagonista, struttura temporale conservata per l’adattamento per il piccolo schermo, alle prese con un passato doloroso e un presente all’insegna della dipendenza di alcol e droga.

Invertendo i primi due capitoli della saga, la versione curata dallo scrittore e sceneggiatore David Nicholls prende il via con Cattive notizie, trasportando fin dalle prime battute gli spettatori nel tunnel in cui è finito Patrick ormai da anni, mostrandone gli eccessi e introducendo i primi tasselli narrativi necessari a far capire le motivazioni alla base dei comportamenti eccessivi e particolarmente negativi dell’uomo, compiendo quindi solo in un secondo momento un salto indietro nel tempo, nella Francia degli anni ’60.
L’episodio ambientato nel 1982 si apre con una telefonata che interrompe quella che sembra essere una quotidianità tranquilla e come tante altre, ma pochi secondi bastano a far capire come Patrick Melrose, nel momento in cui gli viene comunicata la morte del padre, sia sotto l’effetto di sostanze stupefacenti che, solo in parte, spiegano l’espressione quasi di sollievo e gioia sul volto del protagonista. Sulle note di Wild World cantata da Cat Stevens si regalano quindi i primi tasselli del puzzle che porterà a capire i motivi di quella reazione apparentemente inspiegabile, anticipando un trauma, dai contorni drammatici e violenti, subito quando era ancora un bambino e che continua a tormentarlo. Il presente del personaggio interpretato da Cumberbatch è così all’insegna di una complessa rete di relazioni sentimentali superficiali e di un rapporto difficile con la madre (Jennifer Jason Leigh), mentre l’elegante apparenza che contraddistingue Patrick nasconde i segni fisici e mentali della dipendenza. Gli spettatori vengono guidati all’interno di questo intricato tunnel dai pensieri di Melrose, in cui non manca lo spazio per un umorismo davvero dark, lo stesso che contraddistingue la prima tappa del suo viaggio a New York, quella in obitorio, dove vorrebbe vedere per l’ultima volta il corpo del padre, David (Hugo Weaving), ritrovandosi invece di fronte alla salma di una persona sconosciuta. Con la droga in circolo il confronto con il genitore senza vita è all’insegna della rabbia, del risentimento e della sofferenza, e la star britannica sfrutta davvero al meglio il proprio talento per interpretare un monologo emotivamente ricco di sfumature, in una sequenza costruita con attenzione da Nicholls e dal regista Edward Berger, passando dall’intensità dello sfogo di Patrick al silenzio glaciale che si lascia alle spalle una volta allontanatosi dalla salma sbattendo la porta.
L’ironia a tratti dissacrante che caratterizza tra le pagine il monologo interiore del personaggio creato da Edward St. Aubyn è poi assoluta protagonista durante l’incontro con la vecchia amica di famiglia Anne Moore (Indira Varma), situazione in cui Patrick cerca di utilizzare il suo carisma per provare a nascondere, inutilmente, la sua totale dipendenza dalla cocaina e dall’eroina: la drammaticità della situazione passa in secondo piano grazie al comportamento sopra le righe del personaggio, alle sue scuse (“sono gli effetti del jet lag”) e alle spiegazioni assurde per giustificare un cambiamento improvviso e repentino. Il sarcasmo che non abbandona mai la mente dell’uomo non mette però in ombra il realismo delle sue difficoltà nell’affrontare i propri problemi e le ferite del passato, seguendone la discesa quasi inarrestabile verso inferi fatti di ricordi, allucinazioni, pensieri suicidi e tanta rabbia. La negatività che sembra governare Patrick potrebbe frenare l’empatia degli spettatori per un personaggio così sopra le righe, che spende i propri soldi senza pensare e affronta la vita “consumando” in fretta ogni rapporto e ogni sostanza, tuttavia è la bravura di Cumberbatch a mantenere ben ancorata la rappresentazione a quel lato vulnerabile e sensibile che emerge in più momenti, fino all’epilogo dell’episodio all’insegna della consapevolezza di aver toccato realmente il fondo e di aver bisogno di disintossicarsi e reagire.

Cattive notizie non sarebbe però altrettanto efficace senza l’encomiabile supporto tecnico e artistico dato dal direttore della fotografia James Friend, dal montaggio davvero complesso e significativo firmato da Tim Murrell e dall’ottima regia di Berger. I tre professionisti, con il loro lavoro, hanno guidato il team dietro la telecamera nel modo più efficace possibile riuscendo a ricreare cromaticamente e visivamente il trip vissuto dal protagonista, a rappresentare con una certa efficacia l’atmosfera degli anni ’80 e a utilizzare gli spazi con intelligenza, inserendo ad esempio Patrick in corridoi e alloggi quasi claustrofobici, che rendono persino impossibile suicidarsi a causa di finestre indistruttibili, e stanze dai colori accesi. L’intera sequenza ambientata nel bagno meriterebbe poi un’analisi a parte per la ricchezza dei dettagli che la contraddistingue: televisori accesi, oggetti dal significato metaforico, elementi architettonici che creano barriere ed enfatizzano la solitudine del protagonista che non chiede aiuto pur avendo accanto un telefono, e un azzurro quasi accecante che si ricollegherà successivamente alle assolate estati trascorse in Francia. In ogni passaggio del racconto, già in questa première, si possono notare gli aspetti che enfatizzano l’attenzione per i dettagli che rende la visione di Patrick Melrose, forse persino inconsciamente, ancor più stimolante e soddisfacente.

Nicholls non ha certo avuto un compito semplice nell’introdurre la storia della famiglia Melrose e, come prevedibile, i personaggi secondari appaiono in questo esordio solamente delineati a grandi linee, lasciando che sia l’ingombrante protagonista la star indiscussa di un viaggio a Manhattan estremamente fisico e doloroso, anche a livello emotivo. Nelle mani di un altro interprete Patrick Melrose potrebbe apparire una figura sgradevole e fastidiosa, ma Cumberbatch trova il modo di trasmettere invece quel mix di simpatia e follia utile a intrigare lo spettatore e a invogliarlo a scoprire se, e in che modo, il protagonista riuscirà a lasciarsi alle spalle il passato e aprire un capitolo, finalmente positivo, della propria esistenza.