“Ci sono cavalli che non vogliono essere domati,” dice Miranda (Lily Sullivan) a Sara (Inez Curro) nell’ultimo episodio di Picnic a Hanging Rock mentre, durante le vacanze di Natale che precedono la sparizione della prima e la triste fine della seconda, si godono un momento di simbiosi col mondo naturale, lontane dalla gabbia soffocante del collegio Appleyard. Per le due giovani è l’occasione di liberarsi emotivamente e fisicamente dalle assurde restrizioni imposte loro da una società oppressiva e maschilista. I corsetti di Miranda, esposti sulla staccionata della fattoria di famiglia, assumono l’aspetto di ridicoli spaventapasseri, frivoli feticci messi in mostra in tutta la loro illogicità.

I semi gettati nei precedenti episodi di Picnic a Hanging Rock trovano, in questo finale di stagione, la propria apoteosi ultima e forse insoddisfacente agli occhi dei più curiosi. Sebbene la serie si sforzi di trovare una conclusione a quasi tutte le storyline rimaste in sospeso, l’impressione che lo spettatore a caccia di misteri ne riceve è di intenzionale incompiutezza, a dispetto dell’impegno profuso finora nel tentativo di ampliare la vicenda narrata nel romanzo di Joan Lindsay, in particolare nella trattazione del personaggio della direttrice Hester Appleyard (Natalie Dormer).

Le approfondite indagini che hanno solcato la stagione si risolvono infatti in una bolla d’aria, senza che i numerosi flashback abbiano svelato nulla di preciso sul patto tra Miranda, Marion (Madeleine Madden) e Irma (Samara Weaving). Le vediamo sanguinanti tra le rose, sbirciate dagli occhi curiosi di Sara: tutto il resto è lasciato all’immaginazione. Come Mike Fitzhubert (Harrison Gilbertson) dopo di lei, anche Sara non potrà essere nulla più che una semplice testimone affascinata dal rituale delle fanciulle, ma inevitabilmente esclusa da esso. La bambina è più che mai traghettatrice dello sguardo dello spettatore, perso nella contemplazione di una claustrale alleanza tra queste moderne sacerdotesse pagane senza essere messo a parte delle segrete regole della loro reciproca promessa.

Non è questo l’unico mistero a non trovare risposta in questa puntata conclusiva: anche la prematura morte di Sara precipitata dalla torre del collegio resta insoluta, sebbene ci venga suggerita un’intenzionalità assassina da parte di Hester, determinata a mantenere il segreto sulle prpprie origini; la scoperta della genesi del suo falso nome, legata a una saponetta acquistata nella sua fuga dall’Inghilterra, ci svela inoltre un simbolismo ironico e calzante.

Hanging Rock

Il sapone Appleyard, col suo slogan che promette “purezza e raffinatezza”, è specchio infatti dei vani aneliti di Hester, intenzionata a epurare la sua coscienza e a ricreare da zero un’immagine di sé fasulla ma rispettabile. Ma, al pari di una saponetta scadente, il nome Appleyard non potrà pulire la sozzura che il suo cuore si porta dietro: la scoperta, attraverso il confronto con Tomasetti (Marcus Graham), della morte di Arthur ancor prima dell’arrivo della donna in Australia la pone di fronte alla consapevolezza di aver sprecato gli ultimi mesi a fuggire da una minaccia presente solo nella sua testa.

Finalmente libera non solo nei fatti ma anche nell’animo, Hester si ritrova privata di una spiegazione valida per la scomparsa delle sue studentesse, fino ad allora attribuita a una ritorsione vendicativa da parte di Arthur. Il cammino di Hester verso Hanging Rock ha, dunque, anche un valore profondamente catartico: incapace di gestire il fallimento della propria vita sociale basata sulla menzogna, ella tenta un estremo ricongiungimento col proprio lato più ferino, seguendo i passi della fanciulle scomparse e provando troppo tardi a liberarsi, come già fatto dalle giovani nel giorno della sparizione, degli indumenti scomodi e, con essi, dei vincoli della civiltà. Il suo fatale volo ha quindi, rispetto al romanzo, la valenza non solo di espiazione redentrice, ma anche di terminale grido liberatorio.

L’adattamento televisivo risparmia al pubblico l’originaria conclusione – poi tagliata – del romanzo di Lindsay, che voleva Miranda, Marion e Greta trasformarsi in animali ed essere assorbite in via definitiva dal microcosmo selvaggio di Hanging Rock. Se da un lato la mancanza di una conclusione canonica priva la serie della compiutezza che la divisione in sei episodi sembrava implicitamente portare con sé, dall’altro contribuisce a enfatizzare il senso di irrisolta sospensione già avvertito nel film di Peter Weir e qui declinato secondo un gusto diametralmente opposto; il rigore sociale perde infatti il fascino sofisticato dell’adattamento cinematografico, divenendo grottesca convenzione castrante di cui Miss Lumley (Yael Stone) e suo fratello Reg sono l’incarnazione forse più ributtante e distorta.

Hanging Rock

Al di là delle proprie – intenzionali o meno – lacune narrative, questo Picnic a Hanging Rock assurge consapevolmente a dionisiaco inno all’istintualità ribelle e alla fluidità sessuale, sacralizzate nella presunta ascesi di Miranda assieme alle amanti Marion e Greta tanto quanto nel – presunto anch’esso – coronamento della passione a lungo repressa tra Mike e Albert (James Hoare), elemento spurio rispetto al romanzo di Lindsay suggerito da sporadici indizi nel corso degli ultimi tre episodi.

Se il futuro di Irma Leopold sarà confortante, ordinato e noioso, quello di Miranda – suo perfetto contraltare – si svolgerà in una dimensione parallelo: il volo della studentessa scomparsa non trova, infatti, la medesima cruenta conclusione di quello di Hester, come precisato dal cartello che chiude l’episodio. La serie ripropone, in questo, una dicotomia tra dannati ed eletti che rielabora, in chiave sovversiva, il manicheismo cristiano delle origini, abolendo ogni purgatorio e proiettando le pure Marion, Miranda e Greta in una dimensione altra, facendo invece schiantare la direttrice del collegio sulle aguzze rocce sottostanti.

In questo, Picnic a Hanging Rock stupisce lo spettatore, rifuggendo in extremis l’amoralità suggerita nel corso degli episodi precedenti e consegnandogli un nuovo codice, in cui il peggior peccato è la repressione dei propri istinti e la mancata accettazione della propria identità; per una Hester fasulla e dannata c’è infatti una Miranda che si erge con naturalezza a divinità indomabile, sorda al perbenismo e gigantesco ritratto dell’unica, possibile realizzazione di sé, che prescinde da qualsivoglia vincolo sessuale, etnico e sociale.

“Solo dopo molto tempo si può conoscere la roccia”, così dicono i saggi aborigeni riferendosi ad Hanging Rock: ancora una volta, il paesaggio è eco dell’uomo, il cui traguardo ultimo è la conoscenza, comprensione e accettazione di se stesso. Un’accettazione impossibile per Hester, che ne decreta il misero fato contrapposto al suggerito passaggio delle elette Marion, Miranda e Greta a un piano ancestrale che, lungi dall’essere immateriale, le riconcilia per sempre con le proprie origini naturali, eternandole in una scomparsa inspiegabile e refrattaria ai vincoli della logica sociale.

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