Il riflesso di un’adolescente dalla fulva capigliatura corta (Sophia Lillis) attraversa le vetrine nelle deserte, assolate strade della mesta Wind Gap, Missouri. Così, seguendo la sua passeggiata sui pattini a rotelle assieme alla sorellina (Lulu Wilson), lo spettatore viene introdotto nel rugginoso mondo di Sharp Objects, adattamento seriale dell’omonimo romanzo di Gillian Flynn (edito in Italia col titolo Sulla Pelle) diretto da Jean-Marc Vallée.

Sin da subito riconosciamo cifre stilistiche care al regista canadese, su tutti i fulminei rimandi temporali a situazioni di un passato frammentato; tutto Vanish, questo il nome del primo episodio, affianca alle indagini sulla morte di due adolescenti un giallo ancor più affascinante e oscuro, legato al vissuto della protagonista Camille Preaker (Amy Adams).

Spedita a calci dal proprio capo (Miguel Sandoval) nel natìo borgo selvaggio di Wind Gap, la – mediocre? – giornalista Camille si riaccosta malvolentieri a un habitat da cui era fuggita parecchi anni prima; allergica alla permanenza nella grande casa di famiglia dove vivono la severa madre Adora (Patricia Clarkson) assieme al nuovo marito e alla figlia teenager Amma (Eliza Scanlen), la sbalestrata eroina di Sharp Objects si riduce a dormire in macchina pur di non confrontarsi con il fantasma della sorella defunta.

Lo stratagemma del riflesso mostrato nella sequenza d’apertura è uno dei fil rouge che percorrono Vanish: specchi e vetri divengono spesso la tela su cui Camille proietta le proprie angosce e fobie, e allo spettatore è richiesta una certa capacità d’osservazione per non lasciarsi sfuggire dettagli che Vallée accarezza senza l’enfasi propria delle rivelazioni da thriller. La mente della protagonista materializza infatti parole isolate nelle inquadrature, cupi frutti della sua immaginazione sapientemente mimetizzati dalla scenografia.

Come già fatto in Wild e nel tanto celebrato Big Little Lies, anche qui Vallée muove i passi da una storia per raccontarne un’altra che va in tutt’altra direzione; il giallo dei delitti di Ann e Natalie non è che l’espediente per scandagliare la psiche della tormentata Camille, il cui vivido ritratto tra bottigliette di vodka e soffocate masturbazioni su suggestioni infantili colpisce e innamora, forte della colossale statuarietà drammatica di Amy Adams.

Sharp Objects

Ne emerge l’immagine di una ribelle nata, da sempre in rotta con la madre che ha invano tentato d’imbrigliarla in vestitini di rappresentanza per ridurla a bambola da esposizione; manovra parzialmente riuscita con la più giovane Amma, in cui vediamo confondersi la spavalda irrequietezza di Camille e la pacata (quasi) perfezione della defunta Marian.

Conscia del suo ruolo definito all’interno delle mura domestiche, in totale contrasto con la scapigliata adolescente sui pattini che Camille incontra durante le sue prime indagini, Amma mostra alla sorellastra la casa di bambola che riproduce, in miniatura, le stesse stanze in cui la famiglia Preaker si muove, si scontra e non si comprende mai. Basta varcare la soglia di casa – quella vera – perché la brutalità abbia la meglio sull’apparenza, a dispetto degli sforzi di Adora.

In quella realtà feroce di cui la madre non vuol nemmeno sentir parlare, Camille sembra voler affondare le mani, cruento balsamo a ferite di cui per ora conosciamo solo una parte; la sua autenticità cozza con la patinata estetica di Adora e del marito Alan (Henry Czerny), attratto dall’immateriale fin dalle sue leziose e impalpabili scelte musicali (riconosciamo Ludovico Einaudi e Agens Obel nella sua compilation).

Suoni diversi da quelli che Camille ascolta sul suo smartphone scassato; note ruvide come le labbra di una bambina morta, le stesse labbra a cui la protagonista tolse con disperazione il rossetto in quella che è la scena madre di questo primo episodio di Sharp Objects. Perché Camille, lo capiamo da subito, è attratta dalla verità come una falena dalla fiamma; l’alcol rende incerto il suo volo, ma sappiamo sin d’ora che non distoglierà lo sguardo di fronte al macabro conto che la sua visita a Wind Gap le offrirà.

A conferma della sua incapacità di sfuggire davvero al passato arriva la scena conclusiva di Vanish, che mostra la donna immergersi nella vasca da bagno rivelando un corpo tappezzato di graffiti; è un autolesionismo grafomane quello che strazia la sua pelle, una mappa dei suoi dolori che, lungi dal calligrafismo di I Racconti del Cuscino o dai rompicapo di Memento, trasforma l’epidermide nella più atroce delle confessioni: è sul suo braccio che vediamo comparire il titolo dell’episodio, attorniato da altre parole (“mother”, “dark”, “freak”), spia definitiva di una psiche sconvolta che, nelle prossime settimane, confidiamo di esplorare in profondità.