Siamo giunti così alla conclusione di questa seconda stagione di The Handmaid’s Tale che, con l’episodio The Word, chiude un cerchio che non sempre è stato perfetto, rappresentato da qualche fastidiosa ripetizione ed incongruenza (come il ripescaggio di Emily e Janine dalle Colonie per tornare a fare le Ancelle), ma che nonostante tutto continua ad essere, almeno per noi, uno dei prodotti televisivi migliori di questi ultimi anni. In sostanza, pur riconoscendone i difetti, questa serie continua ad essere di ispirazione per tali e tante riflessioni da rendere impossibile non riconoscerne il valore narrativo intrinseco: il fatto che sia virtualmente impossibile arrivare alla fine di uno qualsiasi degli episodi di questo show senza essere scioccati, mossi a compassione o comunque coinvolti dalla storia e dai personaggi è sufficiente a concludere in positivo il bilancio del difficile cammino nel quale questo racconto ci accompagna ormai da due anni e si appresta a farlo anche per un terzo.

Nel finale di stagione, come d’altronde era previsto, succedono davvero molte cose che coinvolgeranno tutti i protagonisti, e molti dei personaggi – di cui spesso quest’anno abbiamo sottolineato come non avessero una posizione ben definita – finiranno per schierarsi in maniera evidente, puntando a quella che, lo speriamo, sarà un’autentica rivoluzione in seno a Gilead il prossimo anno.
Il fatto che questo silenzioso cambiamento parta proprio dalla morte di Eden e dalla scoperta di June che i suoi stessi genitori l’hanno consegnata alle autorità, è qualcosa che ci ha fornito un serio spunto di riflessione. Pur sottolineando, come accennavamo nella recensione dello scorso episodio, come gli autori non ci abbiano mai davvero dato l’opportunità di conoscere a fondo questo personaggio, oggi abbiamo capito questa scelta. Ora comprendiamo infatti come Eden rappresenti quella ribellione silenziosa e necessaria ad ogni rivoluzione, quel personaggio misterioso di cui apprendiamo meglio la natura da morto di quanto non avessimo mai fatto quando era in vita. Pur essendo solo una bambina, la moglie di Nick, che con i suoi 15 anni di età non era nata sotto il regime di Gilead, si scopre essere una persona alla ricerca della verità, qualcuno abbastanza coraggioso da infrangere le severe regole del mondo in cui vive pur di dare una risposta alle sue mille domande, qualcuno che ha dimostrato di avere la necessità di bere da quella fonte della conoscenza di cui è stata privata troppo presto e per le ragioni sbagliate.
Quando June scopre infatti la Bibbia nascosta tra gli abiti di Eden e legge tra le righe le sue note ed i suoi pensieri, nobilita ulteriormente la coraggiosa scelta di una creatura così giovane di morire per ciò in cui credeva, una scoperta che diventerà peraltro un elemento fondamentale per l’evoluzione, speriamo definitiva, del personaggio di Serena Joy.

Il primo istinto di June, pur sapendo cosa rischia, è infatti quello di mostrare a Serena la Bibbia per farle comprendere la vera natura di Eden, ma soprattutto per farle capire in quale mondo Nichole si appresta a crescere, un luogo che pretende da lei che obbedisca alla parola di Dio, senza darle nemmeno la possibilità di leggerla. Nonostante inizialmente Serena Joy appaia sorda alle parole di Difred, come ci saremmo d’altronde aspettati da lei, le sue azioni, in seguito, dimostreranno fino a che punto l’appello di June abbia in realtà colpito nel segno.
Questa stagione, che ha imposto alla protagonista un ruolo molto difficile, imprigionandola in una sorta di loop che l’ha spesso costretta ad essere troppo spesso uguale a se stessa e che non le ha fornito troppe opportunità di evoluzione, ha invece dato alla Serena Joy di Yvonne Strahovski un copione a dir poco perfetto ed una parte complessa con la quale l’attrice ha saputo destreggiarsi con incredibile talento.
Di lei abbiamo infatti appreso che è una donna con un desiderio talmente forte da essere riuscita a plasmare letteralmente il proprio mondo nella maniera peggiore possibile e a servizio della sua volontà, purché esso rispondesse alla realtà che voleva per se stessa, un cambiamento che – sommato con l’esaudimento del suo più grande desiderio, quello di diventare madre, – si è rivolto in un certo senso contro di lei, fino a segnarla nel profondo, facendola rinunciare coscientemente proprio a ciò per cui ha compiuto così tanti sacrifici personali.
Per questo la scena in cui Serena Joy dà il suo addio a Nichole finisce per essere forse una delle più intense e toccanti di questa stagione: i “cattivi“, d’altronde, servono a farci apprezzare ciò che di buono esiste al mondo, se non provassimo quindi un sentimento di pena quando Serena permette a June di allontanarsi con la sua bambina, sarebbe come ammettere che questa terribile e straziante storia non ci ha insegnato nulla, come se non avessimo capito che bisogna cercare ogni oncia di bene anche nelle più orribili delle circostanze. Per sopravvivere.
E la morale della storia è proprio che non possiamo permettere che ciò accada, come lo è il fatto che solo nel momento in cui Serena rinuncerà a Nichole, diventerà davvero madre e nessuna violenza, nessuna costrizione, per quanto giustificata ella pensa che sia, le avrebbe mai permesso di portare tutto il peso e la responsabilità di questo ruolo. Un ruolo che, senza che Serena lo sappia, June finirà per riconoscerle, quando consegnerà la sua bambina nelle braccia di Emily e le dirà di chiamarla Nichole e non più Holly, come lei stessa l’aveva battezzata, perché quella minuscola creatura avrà davvero un futuro solo grazie al sacrificio di due madri coraggiose.

Quello che forse stupisce maggiormente in questa puntata, soprattutto considerando l’intelligenza del personaggio, è fino a che punto Serena Joy si illuda nei confronti di suo marito Fred quando si presenterà davanti al Consiglio per perorare la causa delle donne di Gilead, chiedendo che sia loro permesso di leggere la parola di Dio. Fino a che la cosa si limita alla sfacciataggine della richiesta, i membri dei Figli di Giacobbe, Fred in testa, sembrano disposti ad accoglierla con una certa indulgenza, ma quando Serena leggerà di fronte a tutti un passo della Bibbia, sfidando apertamente la legge e quindi l’autorità del marito, la musica cambierà improvvisamene e lei finirà per essere punita per aver osato mettere in imbarazzo Fred con il Consiglio, più che per la richiesta di adottare un emendamento rivoluzionario per le loro leggi.
L’ingenuità di Serena, come anticipavamo, che risulta in parte inspiegabile visto ciò che Fred si era già dimostrato capace di farle, creerà però anche una crepa in quella che era stata fino ad ora una disgraziata eppure indissolubile alleanza: perché nel momento in cui lui permetterà che alla moglie venga amputato il mignolo della mano per aver letto un libro, gli Waterford smetteranno di avere un obiettivo comune e questo, immaginiamo, sarà motivo di una rivoluzione anche all’interno delle mura della loro casa.

Infine siamo testimoni della fuga di Emily per mano del suo nuovo padrone, il Comandante Lawrence, che lungi dal rivelarsi un nemico, rischierà la sua stessa incolumità per salvarla, soprattutto quando la sua Ancella farà l’impensabile, attentando alla vita di Zia Lydia.
E’ curioso quanto questo personaggio sia evoluto nel tempo e come abbia finito per andare incontro al suo destino proprio nel momento in cui avevamo cominciato a scorgere dei residui di umanità in lei: dopotutto la coriacea donna aveva promesso a June di prendersi cura della sua bambina, l’aveva aiutata a tornare dagli Waterford ed aveva anche avuto un ruolo essenziale nella salvezza della figlia di Janine. Come questo show ci ha però insegnato, nulla è solo bianco o nero e Zia Lydia, che pure ha dimostrato di avere degli sprazzi di umanità, crede fermamente nel suo ruolo e lo dimostra quando si presenta al cospetto di Emily, orgogliosa per il suo comportamento durante la sua prima cerimonia con il Comandante Lawrence, cerimonia che in realtà non c’è mai stata, ed ha il coraggio di complimentarsi con lei dicendole la sfortunata frase: “è come se ti avessero tagliato la lingua“, in un evidente richiamo all’intervento di infibulazione alla quale Emily è stata sottoposta a sua insaputa come punizione.
Le parole di Zia Lydia, ovviamente, finiranno per scatenare la reazione istintiva e furiosa della donna, evidentemente provata per tutto quello che ha subito, tanto da accoltellare la sua aguzzina e continuare a prenderla a calci mentre lei, a terra, si lamenta e la guarda con sguardo incredulo e spaventato.
Lungi dall’essere motivo dell’ennesima punizione (se non della sua definitiva condanna), il gesto di Emily finirà per regalarle la libertà, qualcosa da cui anela da troppo tempo e che ovviamente merita. E se Emily non ci penserà due volte a girare le spalle a Gilead e fuggire, June si troverà invece in una posizione molto più scomoda e questa volta prenderà una decisione ben diversa rispetto al passato.
In cuor nostro, lo ammettiamo, abbiamo sempre pensato che durante la sua prima fuga, June era forse in parte da biasimare per essersi lasciata alla spalle sua figlia Hannah, costretta a crescere in un mondo orribile mentre i suoi genitori vivevano liberi in Canada. Le cose poi sono andate come abbiamo visto e per questo troviamo che la decisione della protagonista sia la degna e giusta quadratura del cerchio.
Mentre June e la sua bambina corrono verso la libertà grazie all’intervento delle sottovalutate e silenziose Marte, capaci di gestire una rete in grado di aiutare le Ancelle a fuggire dalla loro prigionia, il pensiero corre ovviamente ad Hannah ed ora che sua madre ha avuto l’occasione di rivederla, sapevamo che le cose sarebbero andate in maniera molto diversa rispetto allo scorso anno, perché come Serena ha saputo rinunciare al suo sogno per il bene di sua figlia, così June non avrebbe potuto essere da meno.
Rinunciare alla propria libertà per dare una speranza alla sua primogenita e l’essenza di questo personaggio ribelle, forte ed insieme incredibilmente fragile, è nella sua natura coraggiosa, la stessa che le ha dato la forza di schiaffeggiare il Comandante Waterford e resistere al suo ricatto.
E quando l’episodio si conclude con June che solleva piano sul capo il suo cappuccio rosso e guarda in camera con un cipiglio degno di un Signore dei Sith di Guerre Stellari, pronta alla battaglia, sappiamo che è rimasta per sfidare il mondo per la propria figlia e, onestamente, non vediamo l’ora di assistere alle conseguenze della sua impavida scelta.

La seconda stagione di The Handmaid’s Tale va in onda negli Stati Uniti ogni mercoledì su Hulu, mentre in Italia gli episodi inediti sono trasmessi ogni giovedì, a sole 24 ore dalla première americana, in esclusiva su TIMVision.