La declinazione del dolore è al centro di Closer, quinto episodio di Sharp Objects che conferma, oltre ogni ragionevole dubbio, ciò che ci è stato fatto intuire sin dal suo esordio; si tratta di un capitolo che, di fatto, non fa progredire di un passo la trama investigativa, concentrandosi invece sulla sua protagonista, cuore pulsante del racconto e veicolo di una complessa, angosciosa rete di riflessioni.

Si tratta dell’episodio più psicologicamente disturbante finora offerto dalla serie HBO tratta dal romanzo di Gillian Flynn, non fosse altro che per la rievocazione storica che ne fa da sfondo: nell’eleganza asettica del giardino dei Preaker viene infatti celebrato il Calhoun Day, che ricorda l’eroico sacrificio di Millie Calhoun, sposa bambina di un soldato della Confederazione torturata e violentata dai nordisti dopo essersi rifiutata di rivelare informazioni preziose al nemico.

Sebbene la circostanza possa sembrare, a una prima occhiata, il giusto tributo a una coraggiosa adolescente sudista, il contesto in cui la rievocazione viene calata – a pochi giorni dal ritrovamento del cadavere della seconda vittima – ha il sapore di un’orrifica esaltazione del dolore femminile. A interpretare il ruolo di Millie nello spettacolo creato a uso e consumo della popolazione di Wind Gap c’è la quattordicenne Amma (Eliza Scanlen), il cui stupro viene messo in scena su un palco al pari di una rappresentazione sacra; negli occhi degli abitanti della cittadina non vediamo il ribrezzo per la violazione del corpo di Millie/Amma, bensì il compiaciuto apprezzamento verso la sua sopportazione del dolore.

Sembra essere proprio qui il nodo non solo di Closer, ma forse di tutto Sharp Objects, nel superamento del dolore anelato da Adora (Patricia Clarkson), che però non si risparmia pleonastiche esternazioni di fronte al sanguinamento della propria mano. Sappiamo che la ferita perennemente aperta della donna risiede però altrove, inferta dalla morte della figlia Marian e, prima ancora, dalla freddezza del suo compagno, il padre di Camille (Amy Adams) qui menzionato per la prima volta.

Non c’è nulla di male nel patimento, sembra suggerire Adora col suo comportamento in linea col pensiero imperante a Wind Gap: l’importante è tramutarlo in eroismo o catartico martirio. Non sorprende dunque che la reazione della donna di fronte alle cicatrici sul corpo di Camille sia l’ennesima dichiarazione di disprezzo nei confronti di quella figlia “guasta”, che si è “rovinata” in silenzio, lasciando che la sua assai poco romantica sofferenza restasse celata sotto i vestiti, senza possibilità alcuna di spettacolarizzazione.

Agli occhi della perfetta Adora, i tagli sulla pelle di Camille sono la dichiarazione del suo fallimento di madre: lontana dal cercare una redenzione, la donna respinge ancora una volta ogni responsabilità rimandando la colpa della sua freddezza ad altri. Nell’agghiacciante conversazione che prelude all’epilogo di Closer, madre e figlia bevono in veranda, in un’atmosfera che lascerebbe supporre una prossima riconciliazione.

Tuttavia, il dialogo prende ben presto la piega di una confessione desolante per la giornalista, costretta ad accogliere le scuse di un genitore che ammette di non averla mai amata non per ciò che ha fatto, ma per ciò che è: Camille ha manifestato, fin dalla nascita, un’estrema somiglianza – fisica e caratteriale – col proprio ignoto padre, refrattario all’amore e scostante nei confronti di chiunque provasse a superare le barriere sentimentali da lui imposte.

Nella costanza delle aggressioni di Adora verso Camille è impossibile non ravvisare una variante dello strazio inflitto dalla ragazza alla sua pelle attraverso l’autolesionismo: per la despotica madre, quella figlia non voluta e mai amata è un prolungamento di sé, meritevole di punizione per la sua incapacità di conformarsi al resto del corpus costituito da Adora e, con lei, da Wind Gap. La pubblica esposizione del dolore portata avanti dalla madre trova il proprio negativo nel segreto vizio della figlia rifiutata.

Sebbene sia ormai una donna adulta, Camille non può che reagire violentemente alla dichiarazione di non-amore da parte della madre, fuggendo dall’asfissiante disprezzo domestico per cercare ossigeno nell’irruento amplesso con il detective Richard Willis (Chris Messina), consumato nel buio del motel in una sostanziale sovversione dei canoni filmici. Mentre l’uomo viene frettolosamente denudato dalle mani di Camille, la ragazza resta vestita durante l’atto sessuale, incapace di mettere a nudo la passata fragilità incisa nella sua carne. Benché caratterizzata da un senso di foga quasi animalesca, la scena mantiene un’aura di strana, ineffabile tenerezza, certo dovuta all’ottima chimica dimostrata finora da Messina e Adams.

La risposta che Richard avrà di fronte alle cicatrici della donna – se mai ne verrà a conoscenza – costituisce, a oggi, un elemento di mistero equiparabile all’identità dell’assassino di Wind Gap. In questo, Sharp Objects riconferma la propria sublime capacità di creare urgenza per la risoluzione dei suoi dilemmi psicologici almeno tanto quanto di quelli investigativi: gridiamo a gran voce che venga resa giustizia alle defunte Natalie e Ann, certo, ma è la viva Camille ad attirare la nostra solidarietà e necessitare di una tardiva gratificazione al termine di una via crucis di solitudine vissuta nel cuore e marchiata sul corpo.