It’s the end of the world as we know it and I feel fine.

Puntuale da otto anni a questa parte, ritorna l’appuntamento irrinunciabile con American Horror Story. Si riparte con il botto, dall’apocalisse che dà il titolo all’ottava stagione della longeva serie di Ryan Murphy. Influencer su Instagram, una serie tv su Free Willy, missili che piovono sulle più importanti capitali del pianeta: sì, è decisamente un clima da fine del mondo. Si parte quindi dalla fine, che qualcuno definirà molto presto l’inizio di qualcosa di diverso. Come al solito American Horror Story parte bene, la première è intrigante e capace di giocare con un contesto chiuso, che ha le proprie regole e i propri incubi. Il risultato non è male, ma aspettiamo che tutto si tramuti nel consueto calderone di situazioni esagerate.

Quindi, qui la cosa importante non è tanto l’apocalisse, che non può essere né scongiurata né compresa del tutto. Semplicemente, è già accaduta. Qui siamo già in un mondo post-apocalittico, e ci troviamo in un rifugio dove una decina di persone selezionate per meriti veri o presunti, sopravvivono mangiando cubetti carichi di vitamine (e le alternative che vedremo non saranno migliori). Il clima è senza speranza, chiuso, asfissiante. C’è una bruciante e persistente situazione di prigionia, che opprime tutti i personaggi, che vedono arrivare a gran velocità la loro fine imminente. Questa stagione, a meno di sorprese, dovrebbe raccontarci l’ultima possibilità per questi personaggi di poter sopravvivere, superando un non meglio identificato esame.

Tornano i volti noti Sarah Paulson, Kathy Bates, Evan Peters. Non saranno gli unici ritorni, e non saranno gli unici ruoli per gli attori feticcio della serie. Lo show rimane un crossover tra Coven e Murder House, e quindi vedremo gli attori interpretare più ruoli. Per adesso, se qualche affinità va ricercata, questa risiede nella prigionia tra le mura di una “casa” che somiglia più ad un carcere sotterraneo che ad un rifugio. Ci sono due giovani protagonisti che condividono un amore proibito, il che, unito con il clima da fine del mondo, potrebbe essere in altri momenti una buona base per la classica distopia young adult.

Di orrorifico non c’è nulla, ma non è mai stata una prerogativa della serie nonostante il titolo. Ma non c’è nemmeno traccia di quella satira sociale che era il cardine di Roanoke e di Cult. Qui si è fatto semplicemente un lavoro di cornice, che dovrebbe riportare la serie agli stilemi puri e semplici di Murder House, quando tutto era più classico e un alone di mistero circondava ancora le potenzialità della serie di FX.