Castle Rock arriva alla fine della prima stagione. Lo fa rimanendo fedele, nel bene e nel male, a ciò che era stato fin dal principio. Non la serie evento, non l’esplosione dell’universo condiviso di Stephen King, ma un manifesto particolare e più ristretto della poetica dell’autore, qua e là arricchito da riferimenti. Romans, ultimo episodio della stagione, porta a compimento il tentativo di Henry Deaver di comprendere la natura del ragazzo senza nome (o “secondo Henry Deaver”). Non riusciranno né lui né la serie a definire compiutamente ciò che è accaduto, e soprattutto perché è accaduto, ma, da brava serie a vocazione antologica, Castle Rock arriva comunque ad una qualche soluzione esaustiva.

Il male endemico di Castle Rock si manifesta in tutta la sua chiarezza a Henry Deaver, che ormai non ha più dubbi sulla malvagità insita nel luogo. Le sue preoccupazioni – oltre i problemi legali che avrà – sono tutte per il figlio Wendell. Molly, che sorprendentemente all’avanzare della serie si è quasi trasformata nella voce della ragione, ne accoglie le richieste. Qualcosa di tremendo sta per accadere, e qualcosa accade. I due Henry si trovano nella stessa cella, e qui la serie ci concede un buon climax, sufficientemente violento, con una strage nella stazione di polizia. Come talvolta accade nei romanzi di King, ci sono i prodromi di un’apocalisse appena sventata, e la forte tentazione di distruggere tutto in un finale catartico. Questo non avviene del tutto. O meglio, se un forte cambiamento arriverà, questo sarà tutto per Henry, in definitiva nuovo guardiano di quel mistero ambulante che è il ragazzo.

Castle Rock è stata fortemente incentrata sul legame profondo e inscindibile di tutti i personaggi con i traumi del proprio passato. Nelle puntate finali, a parte questo è emerso come tema quello della necessità di credere e di essere creduti. Il ragazzo racconta la sua storia incredibile a Molly, e ha bisogno che questa gli creda, Ruth ha esplorato con malinconica rassegnazione la propria vita passata, ideando una sorta di finale idilliaco con Alan, dal quale non si è mai veramente ripresa, Molly, con il suo dono speciale, ha finalmente trovato un senso a percezioni alle quali nessuno aveva mai creduto. Castle Rock è una vicenda che ci ha invitato a credere, soprattutto nelle prime puntate, quando la serie sembrava molto incerta sulla strada da seguire.

E non è che questo finale abbia del tutto chiarito i dubbi sul senso profondo di questo progetto. Ci sono state punte di diamante, come l’episodio dedicato a Ruth, ma anche una certa frustrazione nel portare avanti una storia che non offre appigli orrorifici e al tempo stesso accarezza una mitologia che si rifiuta di abbracciare del tutto. Un sorriso diabolico e una faccia che muta in qualcosa di indecifrabile come quella del secondo Henry possono voler dire tutto e niente (viene meno anche il senso di straniamento che dovrebbe comunicare). Ma questi sono problemi che risiedono a monte, e che solo una sceneggiatura più curata a livello generale avrebbe potuto risolvere.

Su un cliffhanger che anticipa collegamenti con Shining, cala il sipario, e non siamo sicuri che valesse la pena raccontare questa storia che ha funzionato meglio a livello di singoli spunti e meno a livello generale. Forse la soluzione era fare una serie davvero antologica, una serie di episodi – anche con storie inedite – che rielaborassero alcuni temi e situazioni kinghiane. Non è un caso che la puntata migliore della stagione sia stata anche quella più episodica.