C’è un’adorabile levità in Hilda, segno di una storia che si svolge quasi fuori da un tempo e da uno spazio definiti. Una dolcezza palpabile in un tratto leggero e nelle forme delicate, nel sapore fiabesco di un’infanzia che crede nell’impossibile, nello stupore capace di dare forma al mondo. Tratto da una fortunata serie di libri per l’infanzia di Luke Pearson, Hilda è diventato una serie animata in tredici episodi diffusa su Netflix. La cura quasi ipnotica nell’ambientazione e nel design dei personaggi ci conduce attraverso una storia tenera e adorabile.

Hilda è una bambina che vive da sola con la mamma in una casa lontano dalla città. Trascorre le sue giornate in esplorazioni avventurose dei dintorni, familiarizzando con le creature fantastiche che abitano nei boschi, nelle montagne, nei cieli. Infine, è costretta a trasferirsi con la mamma a Trollberg, la città più vicina. Inizialmente spiazzata da abitudini che non conosce, fa amicizia con altri bambini. Tuttavia per lei le avventure con le creature fantastiche non sono affatto terminate. Anzi, proprio a Trollberg il quotidiano e l’impensabile si mescolano giorno dopo giorno, e tocca a Hilda intervenire per aiutare sia gli umani che le creature magiche.

Il mondo di Hilda (doppiata da Bella Ramsey, la Lyanna Mormont di Game of Thrones) è estremamente coeso, coerente e a forma di bambino. Gli scenari sono quelli di una Scandinavia ideale, incastonata tra i fiordi e le montagne innevate, in cui gli spiriti dell’acqua possono quasi toccare i troll di pietra. E poi c’è il tempo della storia, mai palese, ma intuibile: siamo alla fine del Novecento. Le coordinate spaziotemporali sono appositamente vaghe, quelle di Hilda e dei suoi amici sono storie che provengono da un passato astratto. Il senso è quello di creare un mood fiabesco lontano e sognante, seppure “urbano” e familiare per certi versi.

Le storie sono piccole perle dell’infanzia tenute insieme da alcuni spunti che, nelle puntate finali, tendono a creare una trama orizzontale. E su tutto traspare l’amore incondizionato verso l’ambientazione e il racconto. C’è molto delle meraviglie dell’animazione create da Tomm Moore con The Secret of Kells e soprattutto La canzone del mare. Dove in quei casi era il folklore irlandese a dare forma alle ambientazioni, e i personaggi erano incastonati quasi geometricamente nell’ambiente che li accoglieva, qui è la mitologia scandinava a farla da padrone. I troll e gli elfi, certo, ma ci sono anche altre creature a Trollberg, ed è un piacere osservare come la serie ce le mostra prima con paura, poi con meraviglia, poi con amore. E tutte loro saranno integrate in un’ambientazione scenica e narrativa sempre più ricca, in cui la magia entra con delicatezza nel quotidiano.

Tutto è legato in un sistema in cui la natura, la città, le creature e le conseguenze delle avventure di Hilda si sommano episodio dopo episodio. L’effetto è trascinante, anche grazie alle splendide musiche d’ambientazione (soundtrack non originale, ma azzeccatissima). I personaggi, si sarà capito, sono piacevoli come tutto il resto. Inizialmente Hilda può apparire come una sorta di Mabel di Gravity Falls – appassionata fino all’ingenuità, ma molto meno “su di giri” – mentre la tenerezza generale e la capacità di giocare con un microcosmo potranno ricordare uno Steven Universe meno sottile e più per piccoli.

Recuperare questa piccola serie vuol dire farsi un regalo.