In poche parole, il sequel di Breaking Bad non sarà un problema, perché probabilmente non sarà un sequel in senso stretto. Si tratta di speculare e guardare molto lontano, considerato che il film sulla fuga di Jesse è stato annunciato ieri, ma la lezione di Better Call Saul – che è tutto ciò che abbiamo – potrebbe aiutarci. Quest’anno sia il Guardian che Guillermo del Toro sono arrivati a definirlo migliore di Breaking Bad, e questo non è vero, ma ci dà l’idea dell’approccio che Vince Gilligan e Peter Gould hanno quando si tratta di toccare la loro mitologia.

L’equivoco, che ogni tanto resiste, è quello di considerare Better Call Saul come il prequel che dovrebbe affannarsi a bruciare le tappe verso Breaking Bad. Non lo è mai stato. Vince Gilligan ha raccontato una nuova storia, nuovi personaggi, nuovi drammi, nuove maschere. Semplicemente, è una nuova storia ambientata nello stesso universo, ma la soddisfazione dello spettatore non risiede mai nel riferimento ovvio e atteso. Tant’è che la cosa migliore della serie è il rapporto fraterno tra Jimmy e Chuck, che non ha riferimenti in Breaking Bad.

Negli ultimi anni Vince Gilligan ci ha dimostrato di comprendere benissimo l’equivoco di moltissimi prequel e sequel contemporanei: spiegano ciò che non deve essere spiegato. Ogni storia ha, molto banalmente, l’esigenza di un inizio e di una fine. Che non vuol dire che una storia debba rimanere intoccabile, ma che il suo cuore deve rimanere integro e che a partire da quel mood ci si può muovere in altre direzioni. Conoscere eventi accaduti prima (e, speriamo, dopo) di Breaking Bad non rilegge in alcun modo il senso di quella serie, perché riesce a parlare di altro.

Se esiste in questo momento un autore televisivo verso il quale nutrire una fiducia incondizionata, quello è Vince Gilligan (forse solo Noah Hawley è così costante). Vogliamo credere che il finale di Breaking Bad non verrà sporcato, ma che, come per Better Call Saul, il film diventerà il veicolo per raccontare prima di tutto una storia interessante, che avrà un valore di per sé, e non solo perché già conosciamo Jesse Pinkman. Più che un sequel, a voler essere chiari, ci aspettiamo un lungo epilogo. Se qualche dubbio, legittimo, può sorgere, dipende dal particolare formato del lungometraggio. Questo sì è una novità per l’universo di Breaking Bad. Il racconto di Vince Gilligan, come fosse un thriller d’altri tempi, funziona tramite la dilatazione calcolata del tempo, grandi silenzi e piccoli gesti. E psicologie approfondite e fatte a pezzi in archi di tempo lunghissimi. Semplicemente, non c’è tempo per fare tutto questo, né una base, considerato che Jesse è già un personaggio formato.

Ma, appunto, Gilligan merita fiducia. Se ha deciso di raccontare questa storia, vuol dire che ha trovato l’idea giusta.