Esattamente quindici anni fa andava in onda sulla HBO una delle più grandi miniserie della storia della televisione. Si intitola Angels in America, e oggi, a molti anni di distanza, può essere definita come una pietra miliare agli albori della peak tv contemporanea. Alla base di tutto c’era lo spettacolo teatrale di Tony Kushner, che Mike Nichols traduceva per immagini nella surreale odissea di vari personaggi sullo sfondo della diffusione dell’AIDS negli anni ’80. Rivedere quella miniserie, forse la migliore di sempre insieme a Band of Brothers, significa vivere un’esperienza da telespettatore che il passaggio del tempo non ha scalfito per niente: un’opera personalissima, che non ha precedenti e che non ha eredi.

Nel 1985 Prior Walter (Justin Kirk) è un giovane che confessa al suo compagno Louis Ironson (Ben Shankman) di aver contratto il Sarcoma di Kaposi – lo definirà “il purpureo bacio dell’angelo della morte” – causando in quest’ultimo una reazione di paura. Allontanandosi, celando il proprio timore dietro una fredda maschera di razionalità, Louis finirà per incontrare l’avvocato Joe Pitt (Patrick Wilson) a sua volta sposato con Harper (Mary-Louise Parker) a cui nasconde la propria latente omosessualità. Joe intanto si avvicina al suo mentore Roy Cohn (Al Pacino), anche lui omosessuale e anche lui gravemente malato. Mentre i molti personaggi cercano di venire a patti con le loro contraddizioni e rifiuti personali, giunge anche Hannah (Meryl Streep), madre di Joe, che tuttavia finirà per legare con Prior in ospedale. Su tutte queste miserie umane si stringe lo sguardo, spesso indecifrabile, dell’angelo dell’America (Emma Thompson), che giunge a Prior sotto forma di visione e gli annuncia di essere un profeta atteso.

Ma Angels in America non è solo il racconto drammatico, ma mai ricattatorio, di queste vite. Su tutto emerge uno sguardo più grande, forse una visione (americana e, per estensione, occidentale) su un mondo che cambia al tramonto del secolo. Ci sono visioni, allucinazioni, momenti sperimentali, addirittura manifestazioni angeliche. Dio che abbandona l’umanità, forse solo un angelo con le fattezze di Emma Thompson è rimasto a consolare gli uomini. E in tutto questo c’è quel grande calderone di personaggi che vivono negli Stati Uniti, divenuti davvero quel melting pot di gruppi socio-religiosi, tutti in qualche modo legati dalla medesima sfida.

Tra una citazione di Jean Cocteau e una visione multigenere tanto affascinante quanto spiazzante, Angels in America contiene un’amara riflessione sulla società Americana. Diventa metafora strettissima nei tempi, che racconta il presente del 2003 con un’opera scritta negli anni ’90 e ambientata nell’epoca reaganiana. Ma sono soprattutto le istituzioni politiche e religiose ad aver fallito, nel momento in cui l’uomo occidentale si scopre solo, malato e abbandonato.

Intro indimenticabile, per immagini e musica, di Thomas Newman: