Per molto tempo Baby è stata inquadrata a partire dal fatto di cronaca a cui si riferisce, quindi come una serie sul caso delle baby-squillo dei Parioli. Non lo è. Non ne ha la rigida costruzione dell’intreccio, l’approccio documentaristico, il legame, anche romanzato, ai nomi e ai fatti. Semplicemente, non è quel tipo di prodotto. Fin dai primi minuti emerge invece come genere il teen drama che guarda come modello alle produzioni estere, con la sua prospettiva adolescenziale e le sue leggerezze – troppe – di scrittura. I sei episodi stagionali della serie Netflix (la seconda produzione italiana dopo Suburra) scorrono veloci, ma in conclusione la scrittura non è sufficiente a reggere la premessa e il traballante intreccio.

Nella Roma bene dei Parioli emergono le storie intrecciate di adolescenti allo sbando. Ludovica (Alice Pagani), Chiara (Benedetta Porcaroli) e Damiano (Riccardo Mandolini) frequentano il liceo privato Collodi, e soffrono del medesimo ambiente disagiato in famiglia e non solo. Genitori assenti o del tutto incapaci, vite vuote, amicizie false. In una situazione di questo tipo trovano terreno facile alcune influenze negative. Si arriva infine al giro di prostituzione evocato dal caso di cronaca, ma si parla anche di spaccio e in generale di sbando giovanile.

Tra le pieghe del traballante intreccio si riesce ad intuire ciò che Baby avrebbe voluto essere. Un racconto adolescenziale di perdizione, affascinante per il target a cui si riferisce, perché gioca con il rischio e con il pericolo, perché mostra coetanei alle prese con situazioni al limite. Non è Tredici perché non è un racconto morale, non ha una tesi da dimostrare o problematiche da sviscerare. Non c’è alcuna problematizzazione delle tematiche in gioco, e anche se ci fosse tutto è trattato in modo troppo superficiale. Ne emerge un teen drama sfacciato ed esagerato, eccessivamente melodrammatico, che mette in primo piano gravi fatti di cronaca, ma li tratta con una patina soffusa e mai scabrosa, che non vuole mai spaventare, ma solo eccitare o coinvolgere.

Da questo punto di vista allora un riferimento migliore sarebbe Skins, che nei momenti migliori riusciva a parlare davvero il linguaggio degli adolescenti, senza paternalismi, ma anche senza prendersi troppo sul serio. La scrittura di Baby non ha quella maturità, e spesso ritiene che il racconto di vite vuote debba anche essere superficiale. I dialoghi e la scrittura dei personaggi seguono di pari passo questa considerazione, e la profondità dei personaggi, insieme con le loro motivazioni, viene meno. La vicenda procede spesso per automatismi di scrittura, con una netta accelerazione al quarto episodio, ma l’intreccio non riesce ad essere avvincente perché le motivazioni dei personaggi (al di là di una vaga ribellione e della lontananza dei genitori) non li supportano.

Eppure Baby ricerca per sé un’importanza e un’enfasi di fondo che vorrebbe essere il mood dell’intera stagione. Voice-over, brevi scene madri, una base musicale martellante che a volte sovrasta i dialoghi, quasi fosse una metafora del vuoto dei protagonisti. Ma, appunto, il risultato è troppo artificioso.