I dieci secondi di buio prima degli ultimi titoli di coda dei Soprano sono il più straordinario momento di sintesi della storia della televisione. Nulla vi si è più avvicinato perché nulla può equiparare il grado zero della narrazione, quel vuoto e silenzio nel quale coesistono tutti gli esiti concepibili dallo spettatore. A venti anni esatti dal debutto, e quindi a dodici anni dal finale, il capolavoro di David Chase continua a stimolare riflessioni, frustrazioni, interpretazioni e analisi di quegli ultimi momenti trascorsi insieme ai protagonisti della serie.

David Chase, che qui torna a dirigere per la seconda volta un episodio della serie HBO, concepisce il finale dell’opera basandosi su un rigido dialogo tra l’immediatezza dell’ambientazione e la complessità stilistica del momento. Semplicemente, la famiglia Soprano si reca ad un ristorante, con i personaggi che convergono uno ad uno sul posto. Di fatto, non accade nient’altro nella scena, ma qui l’enfasi non è posta tanto sulla sostanza, quanto sulla forma. Il primo ad arrivare è Tony Soprano, suo è il punto di vista principale e spesso diretto sulla vicenda. Si siede al tavolo, scorre le canzoni del juke-box, seleziona Don’t Stop Believing dei Journey, attende. Entra Carmela, seguita poi da A.J. e da un misterioso personaggio che si siede lontano. Fuori dal locale, Meadow fatica a parcheggiare l’auto. Il montaggio alterna scene al tavolo e fuori dal locale. La porta del ristorante si apre un’ultima volta, suona il campanello, Tony Soprano alza lo sguardo. Schermo nero.

Questi pochi minuti sono stati oggetto di analisi serrate e implacabili, che in essi hanno letto riferimenti, indizi, suggerimenti e materiale per teorie più o meno strampalate. Tutto per tendere verso una risposta o un’altra e rispondere alla domanda fondamentale: Tony Soprano è vivo o è morto? Fondamentalmente, la verità è che non esiste una risposta, e se questa va trovata, bisogna cercarla tramite altri tipi di analisi.

Nel corso di un’intervista del 2015 rilasciata per il magazine della Directors Guild of America, David Chase analizzava il finale citando tra le sue influenze maggiori quello di 2001 – Odissea nello spazio. L’obiettivo, si legge nel pezzo, era quello di recuperare quel “feeling onirico e agghiacciante” del capolavoro di Kubrick. Come Bowman che vede se stesso invecchiato prima dello stacco di montaggio che cambia prospettiva, anche temporale, Tony entra nel locale e osserva un tavolo, e il montaggio lavora per creare l’impressione che il personaggio stia guardando se stesso seduto. Si tratta di una soluzione che serve a generare fin da subito un senso di agitazione e angoscia nello spettatore, qualcosa che può essere percepito sottopelle, ma che non è mai del tutto chiaro.

La regia recupera il punto di vista diretto di Tony ogni volta che si apre la porta del ristorante e suona il campanello. In questo modo il suono viene associato a qualcosa che deve metterci in allerta, e capiamo che esiste un pericolo da cui guardarci. Ma da dove arriva? Forse da uno straniero che aspetta di entrare nel ristorante per uccidere Tony? Oppure è proprio il misterioso uomo entrato poco prima – e che si guarda intorno con fare sospetto – che i credits identificano come “Man in Members Only Jacket”? Le note trascinanti della canzone dei Journey esaltano il momento, e stridono con la gravità della scena. C’è anche la sapiente idea di aumentare la frustrazione giocando con la difficoltà di Meadow nel parcheggiare. Intuiamo a livello inconscio che la riunione della famiglia metterebbe fine a tutto, ma quel momento viene posticipato di continuo.

I dieci secondi di schermo nero prima dei titoli di coda – tagliati in italiano – rappresentano un momento di profonda consapevolezza del mezzo televisivo. Chase coglie lo spettatore nel momento di massima vulnerabilità, quando questo è completamente alla sua mercé e attende solo una risposta definitiva. E su quell’esigenza della risposta l’autore televisivo gioca, negandosi all’ultimo istante. E non è il finale aperto a rivoluzionare, ma è la sua assoluta consapevolezza. Questo non è un cliffhanger, che di per sé è una soluzione che implica un proseguimento futuro e la promessa di una risposta. Questo è IL finale, e non ci saranno altre parole spese. Facendo questo, Chase compie un passo indietro, cambia la domanda, ci chiede di guardare meglio, o magari di riguardare tutto dall’inizio.

Così facendo, potremmo ritornare all’episodio seminale della serie intitolato Pine Barrens. Lì si raccontava della fuga nei boschi di Paulie e Christopher, e tutto l’episodio giocava con il fatto che un killer russo, che poteva benissimo essere vivo o morto, poteva spuntare fuori da un momento all’altro. L’episodio non dava una risposta e sulle sorti di quel personaggio non si sapeva più nulla. Certo, finché la serie era in onda poteva sempre esserci la possibilità di recuperare quel personaggio e dare una risposta, ma la chiusura metteva la parola Fine anche a quell’eventualità.

Molto si potrebbe dire – e tantissimo si è in effetti detto – su come I Soprano abbia giocato nel tempo sia con l’elemento onirico che con il genere postmoderno, e tanto si potrebbe dire su questo finale partendo da questi due approcci. Ma, tanto per fare un paragone più caldo, il finale dei Soprano è l’antitesi assoluta di Black Mirror: Bandersnatch. Quest’ultimo è l’episodio interattivo in cui l’interattività non conta nulla, e il punto è proprio chiarire che non esiste una possibilità di scelta perché noi siamo vincolati all’esigenza di avere un finale e veder proseguire le storie. Bandersnatch ci offre scelte che non sono scelte, ci chiede di completare ogni percorso, e ad ogni finale sbloccato toglie un po’ di senso alla storia che stiamo seguendo. E, a scanso di equivoci, tutto questo è fatto in modo consapevole.

I Soprano non ci chiede di scegliere se vogliamo vedere Tony vivo o morto. Perché scegliere significa vincolarsi e limitarsi. Tony Soprano è vivo e morto al tempo stesso, e può esistere in questa condizione esistenziale particolarissima non perché abbiamo visto entrambe le possibilità, ma proprio perché non ne abbiamo vista nessuna. Ognuno di noi può davvero allora immaginare il finale perfetto e preferito con il quale riempire quei dieci secondi di silenzio e buio. Non c’è interattività migliore della forza dell’immaginazione.