Incauto lettore, se uno dei tuoi buoni propositi per l’anno nuovo consiste nell’evitare attentamente le recensioni che commentano le vicende di alcuni orfani perseguitati, allora dovresti immediatamente chiudere questa pagina. In caso contrario, ti ritroveresti a leggere la spiacevole e niente affatto rassicurante analisi delle disavventure dei fratelli Baudelaire, come narrate nella terza e ultima stagione di Una serie di sfortunati eventi. Le seguenti righe sono, infatti, infestate da considerazioni su Violente Fiamme, Venefici Funghi e Vanitosi Furfanti. Per il tuo bene, ti consiglio di rivolgere altrove la tua attenzione, affinché l’inizio del nuovo anno non si trasformi nella Fine di ogni speranza.

Il Conte Olaf non è il vero cattivo della serie.

Romanzi, film, serie tv del mondo di Lemony Snicket ci hanno convinto di ciò anno dopo anno, e non è che li si possa biasimare. Noi avvertiamo in ogni istante della nostra vita l’esigenza di un Male Assoluto, senza redenzione e senza zone di grigio, al quale attribuire tutte le colpe, comprese le nostre. Invece, se l’ultima stagione della serie Netflix ha un merito, è quello di giocare sul confine tra fallimento totale del suo messaggio e capacità di raccontare qualcosa di più complesso. Grazie alle ultimissime puntate, il risultato viene raggiunto, e la trasposizione dei romanzi di Daniel Handler si congeda con una visione più complessa sui conflitti che incendiano il mondo.

Un veloce riassunto, più per abitudine che per necessità. Violet, Klaus e Sunny Baudelaire hanno affrontato sfide che vanno al di là dei loro anni, passando da un luogo spiacevole all’altro, e tutto per sfuggire alla perfidia del Conte Olaf e dei suoi accoliti. I tre orfani hanno conosciuto i fratelli Pantano, solo per vederli fuggire lontano; hanno visto morire numerosi alleati, tra cui Jacques Snicket; ogni loro scaltrezza è apparsa inutile di fronte alla miopia del mondo che li circonda, e che proprio non riesce a proteggerli dall’uomo che vuole rubare la loro fortuna. Con i suoi sette episodi finali, Una serie di sfortunati eventi è la trasposizione, abbastanza fedele, degli ultimi quattro romanzi della saga.

I temi basilari della serie, quelli ovvi e superficiali, non meriterebbero nemmeno di essere citati. Non a questo punto, non con questa scrittura. Eppure facciamolo. In un mondo in cui ignoranza, presunzione e cattiveria si fondono generando le peggiori mostruosità, tutte dal volto umanissimo, non si può far altro che gridare a gran voce il valore della cultura, delle idee, della curiosità genuina verso tutto ciò che è ignoto e meraviglioso. Nei dialoghi della serie viene citata – troppo – spesso la differenza tra significato letterale e figurato. Ecco, Una serie di sfortunati eventi rimane una serie in cui, letteralmente, si scontrano un gruppo che incendia i libri e uno che preferisce leggerli. Per noi spettatori, quello scontro ha un senso figurato. Tanto andava detto.

Ma, anche per rendere giustizia ad una serie che ci chiede di ragionare in modo critico, vorremmo fare un passo in avanti. E dire che Una serie di sfortunati eventi in più momenti rischia di crollare sotto il peso del suo punto di vista. Che di base è giusto, ma è anche troppo didascalico, pretenzioso e banale. C’è un momento cruciale in cui il Conte Olaf pronuncia più o meno queste parole, e siamo grati che l’abbia fatto, sia perché così permette alla serie di ragionare su se stessa, sia perché era una critica che gridava a gran voce di essere posta. I fratelli Baudelaire e tutti i V.F. riempiono i loro discorsi di un’erudizione che dovrebbe bastare a se stessa, come se la pura accumulazione compulsiva di nozioni – spesso imparate a memoria – bastasse a garantire la bontà.

A esempio, il tema cardine di romanzi come Anna Karenina e Moby Dick viene enunciato come se fosse una formula standard da assorbire senza elaborazione o emozione. Ma la cultura non si esaurisce nel semplice apprendimento di una nozione, e non serve a niente se quella informazione non viene passata al setaccio, elaborata, contrastata, assorbita, perfino negata o messa in ridicolo! Spesso questo messaggio passa in secondo piano nei dialoghi della serie, messo in ombra rispetto al solito contrasto tra cattivi ignoranti e buoni che hanno letto tanti libri, che in realtà ci dice ben poco sulla natura del mondo. Ora, nessuno vuole fare un elogio dell’ignoranza, che è uno dei mali del mondo, ma il discorso non può esaurirsi in questa banale distinzione. La cultura è un ottimo biglietto da visita, ma non è affatto garanzia né di bontà d’animo, né di buon senso.

Per questo motivo i due archi narrativi di La scivolosa scarpata e L’atro antro sono tra i più deboli della serie. Sono ridondanti e fungono da trampolino di lancio per le rivelazioni e le svolte delle ultime tre puntate. La scrittura e le interpretazioni eccessivamente didascaliche e teatrali (difficile dire se a essere inadeguati sono Malina Weissman e Louis Haynes o i loro dialoghi) sono uno dei difetti storici della serie, e non hanno mai funzionato come voluto nel passaggio dal libro – in cui sono perfetti – e la serie tv. Qui poi praticamente ognuno dei personaggi buoni viene caricato di un ingenuo stupore che nei momenti peggiori rischia di farci tifare per i cattivi. Quantomeno il solito Neil Patrick Harris (Olaf) o la giovane Kitana Turnbull (Carmelita) sembrano godersi il momento.

Decisamente qualcosa cambia con la soddisfacente conclusione rappresentata da Il penultimo pericolo e La fine. Il gioco della scrittura lavora sulla confusione di ruoli tra buoni e cattivi, e sulla difficoltà nel distinguere i due gruppi. C’è una misteriosa figura identificata solo con le iniziali che convoca tutti i personaggi della serie in un luogo. A quel punto, in una serie in cui tutto è sempre sia letterale che figurato allo stesso tempo, viene fondato un tribunale in cui la serie processa se stessa, ragionando sui buoni e sui cattivi. Per capire questo momento, Una serie di sfortunati eventi ci chiede di guardare allora ad Alice nel Paese delle Meraviglie, e particolarmente al processo conclusivo.

Il mondo di Lemony Snicket, come quello di Carroll, è una parodia distorta del nostro. Una presa in giro delle istituzioni, delle regole che crediamo possano difenderci, quando basta un artificio o qualche parola ben pronunciata per ridicolizzare tutto. I Baudelaire attraversano un racconto di formazione, che li porta a dubitare di tutto e tutti, non solo dei cattivi puri, ma anche di tutte quelle strutture e barriere che dovrebbero proteggerli. Ed è qui che torniamo all’inizio: il Conte Olaf non è il vero cattivo della serie. È solo uno strumento, e in questo senso è forse davvero il miglior mentore che i Baudelaire abbiano mai avuto.

Il Conte Olaf è l’orco delle fiabe: non esiste, la sua malvagità è troppo ovvia e sfacciata per poterci insegnare qualcosa. Chi invece potrebbe esistere è Poe, il disgustoso banchiere, una persona così gretta che nel mondo reale obbedirebbe a qualunque ordine senza discutere. Potrebbe esistere il giudice Strauss, animata da buone intenzioni, ma cieca e priva di qualunque buon senso. Potrebbe esistere il vicepreside Nero, che rappresenta le istituzioni marce che premiano la mancanza di merito. Il Conte Olaf è, come la zuccheriera misteriosa che tutti inseguono, un semplice strumento, un simbolo che serve a scatenare questa lunghissima serie di sfortunati eventi.

E il senso del segno e della metafora sono fortissimi ancora in questa terza stagione. C’è una zuccheriera che è nientedimeno che un MacGuffin, ci sono occhi ovunque, anche celati nelle sempre curatissime scenografie, ci sono un serpente e un frutto della conoscenza di chiara ispirazione biblica, c’è un’isola che praticamente è da sé una gigantesca metafora. E c’è infine una creatura mostruosa, definita solo come Grande Ignoto, suscettibile di così tante interpretazioni che è inutile provare a darne una. Eppure, emancipandosi in questo dai romanzi, la serie cerca di venire incontro allo spettatore, concedendo una serie di risposte niente affatto scontate sul rapporto tra i personaggi e sulle origini dello scisma. Addirittura appare un personaggio, interpretato da un’attrice tenuta segreta fino ad ora, che credevamo di non vedere.