Fin dalle prime scene Non Mentire si presenta subito con un look completamente diverso da quello cui ci ha abituato Mediaset, questione di scenografie, costumi e luci non solo più curate ma più coordinate del solito, che è quello che fa realmente la differenza (non la qualità tecnica ma la capacità di usarla e coordinarla). L’impatto è quello di una serie da tv generalista (pochi scuri, molti chiari) diretta con un gusto preciso e delle intenzioni evidenti. Non sorprende visto che dietro c’è una produzione che solitamente lavora al cinema (Indigo) e Gianluca Maria Tavarelli, regista che sempre dal cinema viene e che in questo caso adatta la serie britannica Liar – L’Amore Bugiardo, da noi andata in onda su Nove.

Un uomo e una donna che si sono incontrati fugacemente escono per la prima volta insieme, sono adulti e vaccinati, vanno al ristorante e poi per una serie di coincidenze lui sale a casa da lei. Non vediamo che succede ma il giorno dopo lei sostiene di essere stata violentata, lui invece di essere vittima di accuse infondate. Lei non ha prove e ricorda poco, lui ricorda bene invece che lei non ha mai dato ad intendere di non volerlo, anzi. La polizia indaga ma subito la vicenda diventa un’odissea mediatica di fango e ingerenze altrui.

La serie originale britannica era stata ideata e pensata prima che il dibattito sulla violenza sessuale diventasse centrale (prima cioè che scoppiasse il caso Weinstein), questa invece è stata scritta dopo, in un paese e per un paese storicamente in grandissima difficoltà quando si tratta di riconoscere i diritti delle donne e il loro ruolo di vittime nelle violenze. È un peso che si sente (ma l’assenza di questa consapevolezza sarebbe stata ben più ridicola) perché in più punti le prime due puntate di Non Mentire non temono di sporcarsi le mani con un po’ di spiegazione, con l’enunciazione di principi morali impeccabili e con il chiarimento delle carte in tavola (“Non è che se l’ho fatto salire allora dovevo dargliela no?” – “No certo hai ragione”). Ma al di là della componente didattica (e a tratti didascalica) Non Mentire sembra il primo passo di un’operazione di rifondazione della serialità generalista.

Si tratta di un lavoro sofisticato di reimmaginazione dei luoghi e delle ambientazioni di cui la fiction italiana si ciba e di cui ha abusato negli anni saturandone il senso e svilendone le immagini.

L’ospedale, i medici, le case altoborghesi, le cucine medioborghesi, i ristoranti sofisticati, tutto quel cotè aspirational che solitamente costituisce l’ossatura forte della serialità di rapidissimo consumo (e ancora più spiccia realizzazione) qui è reimmaginato, rifondato con un occhio da cinema ma senza andare in deroga alla già citata “chiarezza” richiesta dalla collocazione in palinsesto.

Lo stesso lavoro cerca di farlo con uguale precisione e sofisticazione la scrittura (di Lisa Nur Sultan) che ha il difficilissimo compito di evitare tutto quello che caratterizza la serialità moderna di qualità, ovvero le zone d’ombra, l’assenza di domande irrisolte e i buchi che lo spettatore deve riempire, facendosi forza del fatto che almeno l’ambiguità sia garantita dalla struttura della serie (e non è poco per Canale 5): fino alla fine non sapremo chi dei due mente e quindi fino alla fine saranno entrambi sia eroi che vittime.

Come nel più convenzionale dei gialli (in fondo c’è un colpevole che va trovato) la tensione è garantita dall’ingresso di nuovi indizi, nuovi testimoni, scoperte riguardo il passato dei personaggi e non dalla creazione di un’aria di continuo mistero. Proprio questa negazione di mistero, indecisione e impossibilità di conoscere tutto fino in fondo è quello che è più complicato accettare per uno spettatore abituato alla serialità moderna. Non Mentire non ingaggia con chi guarda quel gioco di scoperta e decriptazione degli indizi, né gli presenta personaggi complicati da capire, anzi gli fornisce tutto quel che deve sapere, solo un po’ alla volta.

Specialmente l’inizio della prima puntata riesce molto bene a unire questi opposti, a fare un racconto moderno e qualitativamente sofisticato su presupposti classici e superati. L’inferno dell’accusato che cerca di spiegare al mondo di essere innocente, e quello parallelo della vittima a cui nessuno sembra credere e che non vede nella polizia l’impegno che vorrebbe nell’incastrare il suo stupratore, sono due facce della stessa medaglia, entrambi parlano del rapporto che hanno con gli altri le vittime dei processi mediatici.

Perché il vero inferno sono gli altri in Non Mentire, sia nei commenti sui social che negli sguardi in corsia e, contrariamente al buonismo ecumenico da tv generalista, Non Mentire si riserva in più di un punto un certo odio e livore per la società, una certa diffidenza verso il prossimo e verso la comunità di riferimento che è quel che di più vicino si possa chiedere al racconto di sentimenti negativi a Canale 5. Anche la corsia d’ospedale, solitamente luogo d’amicizie e amori, è terreno di sguardi e giudizi sbrigativi. Non siamo nel migliore dei mondi possibili ma nel nostro.

Certo tutto è stemperato da una trama parallela più smaccatamente melò che coinvolge la sorella della vittima e il suo ex, tutto è alleggerito da ritratti piacevoli e costumi garbati ma Non Mentire sembra davvero il più equilibrato e composto dei tentativi di superamento dei consueti clichè da serialità generalista, sembra davvero un tentativo da parte di un team che avrebbe potuto tranquillamente lavorare su una serie moderna di qualità, di fare qualcosa di invece popolare, un ponte verso un altro racconto per chi è abituato a quelli classici.