True Detective è sempre stata una storia di fantasmi, e il titolo If You Have Ghosts ne è la conferma. Perché è una storia che gioca in prospettiva, è solo il ricordo, peraltro frammentato e forse nemmeno del tutto attendibile, di una vicenda che è già accaduta. Il presente, quantomeno quello riferito agli anni ’80 e ’90, esiste solo in funzione di un momento attuale che ne rielabora, mescola, confonde gli elementi. E spesso non riesce a fare nemmeno quello. Difficile, forse inutile giudicare True Detective come puro giallo da spolpare attraverso teorie e indizi. Sì, anche questa settimana ci sono piste abbozzate, recriminazioni, accuse non sappiamo quanto fondate, ma tutto si adagia come il sole al tramonto su una lunghissima conversazione in un portico.

In quel momento riusciamo ad afferrare il cuore stesso della narrazione della terza stagione. Che non consiste nel mettere la parola fine ad un’ingiustizia durata decenni, ma nell’instancabile e necessaria lotta tra l’oblio e la voglia di essere qualcosa. Wayne Hays svanisce, come la realtà del suo personaggio, e le parentesi passate si appiattiscono sempre più verso un 2015 che ingloba ciò che è stato e lascia sempre meno spazio a ciò che avrebbe potuto essere. Il rapporto con Amelia è sempre meno definibile in base all’attrazione fatale che pure era scattata negli anni ’80, e che qui vediamo in una scena fatta di sguardi. È già molto di più il momento di aperta crisi ad una cena negli anni ’90, o ancora meglio la totale assenza nel 2015.

Così a cascata Tom Purcell non è più l’uomo che ha ancora fresco il trauma della scomparsa negli anni ’80, ma è la figura ancora più sola e afflitta dallo sconforto degli anni ’90. Tom non è riuscito ad andare avanti, sembra che nulla esista per lui al di là della flebile speranza di ritrovare Julie. E in qualche modo i pezzi iniziano a incastrarsi. C’è Woodard che, probabilmente, viene incastrato per un crimine con il quale non ha nulla a che fare, e il caso della scomparsa dei bambini si va incagliando negli anni ’80 su una soluzione di facciata che non soddisfa nessuno. Negli anni ’90 Wayne è lo sconfitto nella coppia di poliziotti – ma alla fine lo saranno entrambi – e trova un appiglio per riaprire l’indagine. Quindi l’appello in tv da parte di Tom e l’aperta crisi con Amelia.

Personaggio difficile da afferrare Amelia. Certo, abbastanza odioso – questo viene da sé – ma anche difficile da inquadrare proprio perché la prospettiva è quasi sempre e solo quella di Wayne sul rapporto. Amelia è la personificazione del caso Purcell. Misteriosa, tentatrice negli anni ’80, frustrante negli anni ’90, solo un fantasma dei ricordi nel presente. Seconda regia stagionale per Nic Pizzolatto, qui anche in sceneggiatura, e True Detective si mantiene coerente con quanto proposto fino ad ora. Sarebbe semplice indulgere in teorie sulla risoluzione possibile del caso – diamo per scontata che ce ne sarà una, ma chissà – ma basta il lunghissimo dialogo finale sul portico tra Wayne e Roland per spostare l’attenzione su qualcos’altro.

In questo tardivo incontro tra due anziani sconfitti, c’è qualcosa di Una storia vera di David Lynch. Un lungo viaggio verso una riconciliazione, il rimorso per qualcosa che nemmeno si ricorda (un concetto sfuggente e sottilissimo sul quale è imperniato l’intero confronto), ma soprattutto la voglia di fare qualcosa della propria esistenza. Anche a costo di non ricordarlo in futuro, perché quel che conta è il presente, qualunque esso sia.

True Detective va in onda ogni lunedì su Sky Atlantic in lingua originale con sottotitoli alle 21.15 (e alle tre di notte fra domenica e lunedì, in contemporanea con gli USA) e il lunedì successivo nella versione doppiata in italiano.