Cosa accade quando ci sono due trame completamente diverse all’interno della medesima serie? Se parliamo di una serie moderna, internazionale, scritta secondo i canoni della nuova serialità, i due filoni si fondono e diventano indistinguibili (le questioni familiari di Walter White e i criminali che gli danno la caccia, le campagne di Don Draper e la sua infedeltà, la carriera di Mrs. Maisel e l’equilibrio della famiglia); se invece si tratta di una serie tradizionale, a carattere nazionale le trame sono e rimangono separate (gli alleggerimenti di Catarella e la risoluzione dei casi di Montalbano, le linee sentimentali e quelle criminali in Distretto di polizia).

È qui quindi che Il Nome Della Rosa gioca la sua partita ed è una clamorosa sconfitta. Regolarmente la storia sentimentale di Adso, che incrocia diversi personaggi esterni all’abbazia (più Salvatore, interpretato da Stefano Fresi) è separata per stile, ritmo e ambientazioni dalla trama gialla che si svolge dentro l’abbazia, quella che vede Guglielmo da Baskerville intento sia a dibattere che a risolvere il mistero.

Ad accrescere tutto il senso primordiale di fiction di questa che voleva essere una serie è poi l’uso della colonna sonora. Come già notato infatti non solo sottolinea, raddoppiandolo, ogni momento cruciale, sia in senso positivo (musica uplifting) che negativo (musica di tensione in crescendo) ma si adopera anche come avveniva nella serialità di inizio anni 2000 sulle transizioni tra scena e scena. Quando stacchiamo da un filone di storia all’altro (tra ciò che avviene dentro l’abbazia e ciò che avviene all’esterno) la musica sale fino allo stacco netto, per sottolinearlo.

Sono mode, stili di messa in scena che come lo zoom a schiaffo degli anni ‘60 e ‘70 si portano per un certo periodo e caratterizzano la ”modernità” di un prodotto negli anni in cui quella moda è in voga, poi quando smette di essere in voga rappresenta il contrario, è vintage. E Il Nome Della Rosa di certo non è un prodotto realmente vintage, solo vecchiotto, è una fiction in grandissimo spolvero, forse la migliore delle fiction italiane, girata con budget adeguati, attori internazionali e scritta bene. Ma non è una grande serie internazionale. Lo vediamo quando si tratta di manipolare la materia delicata: la scrittura è capace di alternare momenti estremamente sofisticati e stratificati, presi dal romanzo pari pari, e poi di semplificare altri passaggi, senza creare uno stile omogeneo.

Soprattutto il grande problema di Il Nome Della Rosa è la difficoltà che ha a mantenere un passo stabile. Arrivati al momento in cui l’indagine si tende e Bernardo l’inquisitore è arrivato e duetta con Guglielmo, il ritmo dovrebbe essere sempre alto in una storia grandissima che si svolge tutta in soli 7 giorni e a noi invece sembrano settimane. Ormai tutto dovrebbe aver preso trazione: c’è un libro da trovare, un libro misterioso che pare collegare le morti, ci sono monaci che non è chiaro da che parte stiano, dispute potentissime sul senso della commedia e poi ancora le questioni più grandi della Chiesa e quelle piccolissime di un novizio che è tentato dai piaceri della carne, eppure questa serie sembra ingranare solo a tratti. Sembra vivere di improvvise accelerazioni quando gli eventi precipitano e fermarsi nella noia quando ci si sposta lontano dall’indagine.

Non serve a molto purtroppo il carisma di John Turturro, che non è mai in discussione e che ha evidentemente fatto un grandissimo lavoro (misurato, preciso, originale) su Guglielmo da Baskerville ma che non può sorreggere un intero cast non così in forma (perché Bentivoglio ha uno stile e una teatralità così diversa dagli altri e invece Herlitzka sembra così perfetto, integrato, diverso dagli altri monaci ma coerente con la loro impostazione?) e fa quel che può per animare a dovere, spesso con un minimalismo da applausi, la forza quieta ed erudita del suo protagonista.

Il Nome Della Rosa è una serie nata per essere grandissima, ne ha gli ambienti, i costumi, i toni e gli attori, ma non ne ha mai il passo, non ha mai quella ricchezza espressiva e soprattutto non ha la scrittura per la tv sufficientemente sofisticata per reggere il peso del materiale d’ispirazione. Anche nei suoi momenti migliori non è una serie che sa lavorare sulle immagini (con tutta la parsimonia con la quale la serialità lavora sul comparto visivo) ma una che pare spaventatissima dal peso intellettuale del romanzo di cui è totalmente schiava. Il Nome Della Rosa (il romanzo) è un abito di altissima sartoria e questa serie non ha il coraggio di modificarlo come serve per aggiustarlo sul proprio corpo, e finisce così per indossarlo male.