Il fatto che l’autrice di The Fix sia l’avvocato Marcia Clark, la stessa che ha perso lo storico caso O.J. Simpson, non è un particolare da poco, considerato che la serie non è altro che una versione melodrammatica di quello stesso processo con protagonista Robin Tunney nel ruolo di Maya Travis, una procuratrice distrettuale che perde un solidissimo caso che vede alla sbarra la star del cinema di colore Sevvy Johnson (Adewale Akinnuoye-Agbaje), causato di aver brutalmente ucciso la giovane moglie ed una sua amica.

Nonostante nell’arco dell’episodio venga ripetutamente sottolineato che il processo sia stato perso a causa della fama dell’attore e non per qualche errore specifico commesso dall’accusa, la pressione mediatica dell’evento è stata tale che, dopo il verdetto Maya ha finito per fuggire letteralmente dalla città e dalla relazione che aveva con il suo collega Andre (Adam Rayner) per lasciarsi tutto alle spalle e ricostruirsi una nuova vita in un altro Stato, legandosi al cowboy/proprietario terriero Riv (Marc Blucas), un uomo anni luce lontano da quello che era stato il suo mondo.

Otto anni dopo – è a questo punto che ricomincia la vera azione nell’episodio pilota – la nuova giovane fidanzata di Johnson viene trovata morta su una spiaggia di Malibu e tutti i sospetti si concentrano ovviamente sull’attore che, nonostante sia stato scagionato dalle precedenti accuse, non è più riuscito a risalire sulla cresta dell’onda e riguadagnare la stessa posizione che aveva tra le stelle di Hollywood prima del suo processo. La ferita di quella sconfitta è ovviamente ancora aperta per tutti, motivo per cui Andre si presenta a casa di Maya e le annuncia che questa volta possono riuscire dove avevano fallito anni prima e consegnare Johnson alla giustizia anche in nome delle sue precedenti vittime.

Come era prevedibile, Maya è titubante, pur spinta dal desiderio di fare giustizia e dare pace a tutte le vittime dell’attore, che ancora tormentano i suoi sogni, non vuole lasciare la serenità della sua attuale esistenza per essere buttata nuovamente nel caos di un caso di alto profilo, per questa ragione decide di tornare a Los Angeles solo per un’iniziale consulenza, anche se questo significa che tutti sanno già che Maya Travis è finalmente di nuovo in pista.

Ad inframezzare quella che è la trama principale dell’episodio e che si conclude con l’ottenimento, grazie alla protagonista, del mandato di perquisizione della casa di Johnson che continua a professarsi innocente, c’è una lunga serie di storyline parallele dal sapore vagamente soap-operistico: il figlio della prima vittima di Sevvy adottato dall’uomo che lui chiaramente idolatra e che è disposto a fare di tutto per lui, la figlia che convive con il senso di colpa di aver presentato al padre la seconda vittima, che era la sua compagna di stanza al college e che contribuirà ad aiutare Maya a trovare alcune prove apparentemente schiaccianti contro Johnson, l’ex moglie dell’attore, una donna assetata di soldi che gli resta accanto solo per il denaro, l’avvocato difensore Ezra Wolf (Scott Cohen) che si dichiara amico dell’attore, ma è in realtà a caccia di soldi a causa dei debitori da cui è perseguitato ed infine Loni Kampoor, la collega traditrice di Maya, che si vendica di lei quando le viene sottratto il caso rivelando alcune informazioni cruciali al loro avversario e permettendo così a Sevvy di liberarsi di alcune prove incriminanti.

In una situazione generale di déjà vu, la serie si scontra inoltre con al alcuni problemi di realismo che lasciano quanto meno interdetti, come la protagonista che ritorna nella sua casa di Los Angeles dopo otto anni per ritrovarvi il revolver lasciato incustodito dentro ad un comodino come fosse un paio di scarpe, pistola che peraltro usa quando crede che in casa sia entrato un intruso, o l’analisi piuttosto ridicola che fa studiando il filmato di un’intervista congiunta fatta a Johnson ed alla sua fidanzata, dal quale – grazie ad un paio di occhiate che l’attore lancia alla ragazza ed al modo in cui lei gli si rivolge – giunge alla conclusione che l’uomo debba essere certamente colpevole.

The Fix, in conclusione, non è una serie nel complesso peggiore o migliore di molti altri procedurali della TV generalista americana e può sicuramente costruirsi la sua nicchia di fan, ma in un panorama in cui esistono già prodotti come American Crime Story o O.J.: Made in America, sembra non trovare uno spazio realistico di successo.

The Fix va in onda negli Stati Uniti ogni lunedì sulla ABC