Game of Thrones 8×01 “Winterfell”: la recensione

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Il Trono di Spade - Game of Thrones ideata da D.B. Weiss, David Benioff HBO
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Winter is Coming. Così si intitolava l’episodio che sette stagioni, sessantasette episodi, otto anni fa dava inizio alla saga di Game of Thrones. La première dell’ottava e ultima stagione della serie vi fa continuamente riferimento, come un punto fermo mitico di per sé nella mitologia stessa della serie. Non si contano infatti i riferimenti e gli omaggi che reggono come puntelli narrativi ed emotivi l’intreccio della première dell’ottava stagione, intitolata semplicemente Winterfell. Tra incontri a lungo rimandati, alleanze malferme, verità che tornano a galla, questo è l’episodio atteso, nostalgico e probabilmente irrinunciabile, che fa il punto sui conflitti in gioco tra i personaggi rimasti.

Nella regia di David Nutter (Le piogge di Castamere) Grande Inverno diventa allora la cornice ideale nella quale stringere lo sguardo sulla maggior parte dei personaggi dell’intreccio, riuniti sul posto per affrontare la bufera degli Estranei. La scrittura di Dave Hill traccia più di un collegamento ideale con il pilot della serie, gioca su continui riferimenti visivi e narrativi per lo spettatore che sa quanta strada è stata fatta. L’idea è quella di generare un senso di ritorno alle origini, agli equilibri di un tempo e a come questi siano stati sostituiti da nuovi e più malfermi centri di potere.

Ad esempio, si riparte dall’arrivo di un’armata a Grande Inverno che ci viene mostrata tramite lo sguardo di un bambino che si arrampica per guardare lontano. Non è più Robert Baratheon, ma Daenerys Targaryen che arriva alla testa dell’esercito degli Immacolati e dothraki. Per non parlare dei due draghi al seguito. Daenerys arriva come salvatrice, liberatrice, ma è solo l’urgenza della minaccia degli Estranei – che però non appaiono nell’episodio – a tenere a freno tutte le rimostranze degli abitanti del Nord. Prima fra tutti Sansa, nuova lady di Grande Inverno che non vede di buon occhio quella che appare come l’ennesima conquistatrice straniera. Non sembrano lamentele campate in aria, dato che ne va dell’alleanza con le altre casate (ma, potendo scegliere, meglio i draghi).

L’astio nei confronti di Daenerys si traduce nella delusione rispetto a Jon Snow, colpevole di aver rinunciato al proprio titolo di re del Nord. Sansa è più esplicita, Arya più sottile, ma l’obiezione rimane. E viene rimarcata con forza nel momento più importante della puntata, in cui Sam svela a Jon il segreto delle sue origini. Qualcosa che non fa di lui solo il re del Nord, ma dei Sette Regni, proprio lui che a Grande Inverno nel pilot soffriva la propria condizione di bastardo. Il momento è grave, e giunge nel luogo più adatto, la cripta di Grande Inverno, di fronte alle spoglie di Ned Stark e soprattutto di Lyanna, il cui profilo sfocato rimane sullo sfondo mentre vediamo lo sguardo di Jon.

Fino a quel momento Jon non ha dubbi, ha agito per il meglio, eppure giustifica la propria decisione, a se stesso e agli altri, sempre citando la minaccia in corso piuttosto che il valore di Daenerys. Molto ricade sulle spalle del personaggio, che emerge di più rispetto a Daenerys. È interessante questo Jon preso da dubbi e ansie, sospeso tra un potere al quale ha rinunciato, ma che dall’altro gli spetterebbe. Lo è di più del Jon innamorato e spaesato, che appariva più a suo agio nel rapporto soffertissimo con Ygritte, fatto di passione e scoperta, rispetto ai voli romantici a dorso di drago con Daenerys cui seguono baci poco convinti e i dialoghi meno riusciti dell’episodio.

Ma questo rimane un episodio di incontri. Arya, Gendry, Clegane, Tyrion, Varys, Jorah, Davos, confluiscono tutti nello stesso luogo con il loro carico di esperienze personali. È un calderone di personaggi dai quali la scrittura estrapola le combinazioni più interessanti proponendole senza soluzione di continuità. C’è uno scambio apprezzabile tra Sansa e Tyrion in cui si parla del matrimonio di Joffrey (“ha avuto i suoi momenti”), e un segmento in cui Arya chiede a Gendry di forgiarle un’arma. Tra l’imbarazzato e il tragico c’è il confronto tra Daenerys e Sam, che si trasforma da ringraziamento a doppio necrologio. Rimane sospeso l’incontro tra Jaime e Bran, richiamo definitivo alla conclusione della prima puntata, quando il primo gettava il secondo da una torre. Nel corso dell’episodio proprio Bran aveva dichiarato di “aspettare un vecchio amico”.

Intanto l’unica scena d’azione della puntata, il salvataggio di Yara da parte di Theon, è fin troppo sbrigativa, e il confronto con lo zio Euron è rimandato al futuro. Interessante però il commento di Yara sulla necessità di offrire un riparo sicuro a Daenerys nel caso in cui Grande Inverno dovesse cadere (eventualità molto probabile). L’altro centro di potere – come sottolineato da una sigla del tutto rinnovata – è Approdo del Re. Una Cersei attendista qui si limita a lamentarsi per l’assenza degli elefanti, ma è soddisfatta per l’arrivo dei mercenari della Compagnia Dorata. Qyburn manda Bronn in viaggio per uccidere i due Lannister rimasti, ma non ce lo vediamo nonostante tutto il mercenario a uccidere i suoi vecchi amici.

Winterfell è più coinvolgente in alcuni momenti (l’incontro tra Jon e Arya), ingessato e distaccato in altri, con qualche inattesa punta di umorismo affidata a Tormund e Bronn. Ma soprattutto è un episodio reunion, dominato dall’esigenza di offrire uno sguardo dall’alto su tutti i personaggi e puntualizzare i conflitti in vista delle ultime puntate. La promessa del CEO della HBO di assistere a “sei film” viene rimandata alla prossima settimana.

Per confrontarvi con altri appassionati della saga, vi segnaliamo la pagina Game of Thrones – Italy.

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