Due notizie per i fan di Luther, una buona e una cattiva.

La cattiva è che no, due puntate non sono proprio la forma che più dona alla serie ideata da Neil Cross; in questa quarta stagione che ha quasi il sapore di uno speciale natalizio, il detective più ombroso e spregiudicato della TV britannica si muove tra ben tre casi distinti, di cui solo il primo compiutamente avviato nel primo episodio. Avevamo lasciato John Luther (Idris Elba) proiettato lontano da Londra, smessi i panni di investigatore dopo aver gettato il suo celeberrimo cappotto nel Tamigi. A quanto pare, il sanguigno detective ne doveva avere uno di riserva, perché nel giro di pochi minuti dall’inizio del primo episodio abbandona il cottage costiero nel quale si era ritirato e, complice la traumatica notizia della morte dell’amica Alice Morgan (Ruth Wilson), torna a razzo nella giungla londinese.

La morte della sua nemesi è solo una delle linee investigative che l’uomo dovrà percorrere: a essa si affiancano una serie di efferati omicidi a sfondo cannibale, perpetrati dallo psicopatico Steven Rose (John Heffernan), e l’assassinio di un ragazzino avvenuto vent’anni prima, caso a cui il giovane Luther aveva lavorato senza, tuttavia, poter usare ancora i propri metodi “alternativi” e arrivare quindi a una soluzione soddisfacente. L’abbondanza di materia narrativa garantisce alle due puntate di questa stagione un ritmo davvero invidiabile, ma d’altra parte inficia non poco l’approfondimento psicologico e il coinvolgimento emotivo cui la serie ci ha abituati nel corso degli anni. Il che è un peccato ancora più grave, se si considera il potenziale davvero inquietante della storia di Steven Rose, trattata con colposa superficialità rispetto al passato.

Abbiamo ancora voglia di vedere Luther

Stesso discorso vale anche per il “cold case” del piccolo Jonathan Black, il cui caso viene riesaminato da Luther alla luce di nuove testimonianze apparentemente arrivate nientemeno da Alice Morgan defunta, attraverso la sedicente sensitiva Megan Cantor (Laura Haddock). Il canale privilegiato tra la ragazza e l’aldilà risulta talmente sconclusionato rispetto al contesto crudamente pragmatico del racconto da non convincere dal principio, a prenscindere dalla buona o cattiva fede del personaggio di Megan. Se l’intento era quello di insediare una sostituta della defunta (?) Alice, il colpo ha clamorosamente mancato il bersaglio, e non solo per mancanza di tempo.

La semina più fruttuosa di questa quarta stagione – che ha tutta l’aria di un “cuscinetto” tra due macrostorie – è la presentazione della nuova collaboratrice di Luther, Emma Lane (Rose Leslie). Giovane, carina ma, soprattutto, fatta della stessa pasta di John, disposta a rischiare tutto per vendicare il collega Theo (Darren Boyd), fatto saltare in aria da Steven Rose. La chimica professionale tra i due sfugge ai triti cliché sentimentale e lascia intravedere un’intesa che, potenzialmente, supera persino quella col collega storico di Luther, Justin Ripley (Warren Brown), morto nella scorsa stagione e qui presente in forma di fantasma dell’assai affollato passato del detective.

Avevamo parlato di due notizie, però: se la cattiva è che il format in due puntate non si è rivelato vincente per una serie come questa, la buona è l’altro lato della medaglia. Abbiamo ancora voglia di vedere Luther – è attualmente in sviluppo un remake statunitense della serie, con Elba in doppia veste di attore e produttore – e, se ci verrà concessa una quinta stagione, speriamo che ci venga restituito il giusto tempo per assaporare a fondo l’aroma ferrigno del sangue che abbiamo imparato ad amare.